COVER_FMDA (1)Fatti mangiare dall’Amore è  un ricettario di impianto narrativo, curato e ideato da Rosamaria Caputi, nato dalla collaborazione di vari autori e artisti, i Cochonnerie-Labile-Collettivo, grazie alle ricette pervenute da un centinaio di partecipanti-spadellatori.
Lo scopo del libro, come del precedente Fatti mangiare dalla Mamma, dedicato al poeta portotorrese Fabrizio Pittalis, è quello di donare il ricavato delle vendite al Reparto Oncologico Pediatrico dell’Ospedale “Santa Chiara” di Pisa, attraverso l’Associazione Onlus AGBALT,  per arredare  l’interno di uno dei padiglioni che ospitano i bambini in attesa di cure e le loro famiglie. L’anno scorso le vendite di Fatti mangiare dalla Mamma e la vincita del “Premio Pavoncella alla Creatività Femminile” hanno contribuito alla realizzazione di una palestra riabilitativa, inoltre è stato possibile regalare un viaggio a Barcellona a un bimbo guarito, insieme ai genitori.
FMDA è un prezioso e originale ricettario, curato nei dettagli tecnici da una chef e da…

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Oggi, su Mentelocale.  Antonella Viale racconta, con bellezza e sentimento.

(e non finisce qui)

http://www.mentelocale.it/56176-magazine-ricette-natale-fatti-mangiare-dalla-mamma-recensione/

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Come è ben noto, il mito di Edipo ispirò  a Sofocle le tragedie Edipo Re e Edipo a Colono, nelle quali rappresenta i grandi temi della vita umana, individuale e sociale.  Edipo ha conosciuto nei secoli una fortuna che va al di là dei motivi puramente letterari, dalla musica al cinema all’arte ed è diventata anche una delle chiavi  freudiane della scoperta delle forze inconscie della psiche.  Tra le opere musicali ispirate alla tragedia di Sofocle, la più significativa  è forse Oedipus Rex di Stravinskij.  Nel 1973 Burgess ha tradotto in inglese Edipo Re per il Guthrie Theatre di Minneapolis, Oedipus the King.  Ha lavorato dal testo originario greco consultando soltanto un dizionario Greco/Italiano, a conferma della sua grande dimestichezza con le lingue straniere (parlava e scriveva correttamente oltre dieci lingue).  Confrontando la sua traduzione con una traduzione accademica, emerge subito un fatto innovativo: l’unione delle due Tebe – la Greca e la Egiziana – un sincretismo perfetto tale da coinvolgere  il pubblico che è portato a pensare ad una razza unica, nè greca nè  egiziana, ma indoeuropea.  Burgess accresce questo effetto anche attraverso i cori tradotti nella sua erudita ricostruzione dell’Indeuropeo.  L’effetto è un senso peculiare di antichità, ritorno alle radici,  mischiato però ad un’innovazione linguistica che lo rende moderno oltre ogni contemporaneità
Egli non ha, dunque, tentato di produrre un Edipo classico e tradizionale, ma un’opera che cerca di fondere insieme varie culture, ottenendo così un  risultato, come lui stesso lo ha definito, ‘at least rather moving’.  Le numerose rassegne dell’interpretazione edipica-burgessiana a Minneapolis negli anni 70 e 80, sono una dimostrazione di quanto Burgess sia riuscito nel suo intento.   Maddocks del Time scrisse che il pubblico “have been shaken to the bottom of their atavistic souls by an Oedipus that bleeds and thus lives”
Patrizia Bertelli
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Weird and wacky, and totally essential for an understanding of how the musical mind works, sort of the unintended Jonathan Sacks effect. It is a reminder, whatever your response, of how powerful 17th century Italian composer Girolamo Frescobaldi‘s music has been on musical imagination ever since. This highly imaginative release is dedicated to arrangements of Frescobaldi’s music, each composition bearing the hallmarks of its transcriber’s distinct style. In addition to offerings by Respighi, Harold Bauer and Samuel Feinberg, the disc features Anton Reicha’s 36 Fugues pour le Pianoforte, a work that pays homage to the early-Baroque composer through its use of the composer’s Recercar Chromatico. The same theme also appears in Ligeti’s Omaggio a Girolamo Frescobaldi, a modern interpretation using the twelve-tone scale, and the compilation extends its twentieth-century focus through the inclusion of Bartok. Bartoli has recorded Respighi’s Piano Concerto, Busoni’s immense Fantasia Contrappuntistica and a selection of the Liszt/Busoni arrangements, so you can imagine the flair, relish and virtuosity he brings to his Frescobaldian task.- Laurence VittesThe Frescobaldi Legacy
Respighi, Bauer, Reicha, Feinberg, Bartok, Ligeti
Sandro Ivo Bartoli
Brilliant Classics CD

 Insolito e stravagante, e assolutamente essenziale per comprendere il funzionamento della mente musicale, quasi un effetto involontario di Jonathan Sacks.  Un invito, qualunque possa essere la risposta personale dell’ascoltatore, a ricordare la capacità della musica del compositore italiano del XVII secolo Girolamo Frescobaldi , di colpire l’immaginazione fin dal tempo della sua creazione.  Questa pubblicazione, altamente fantasiosa, è dedicata agli arrangiamenti musicali di Frescobaldi, ciascuna composizione caratterizzata dai tratti distintivi dello stile peculiare  del suo trascrittore.  Oltre ai pezzi eseguiti da Respighi, Harold Bauer e Samuel Feinber, il disco presenta le 36 fughe per pianoforte di Anton Reicha, un lavoro che rende omaggio al compositore del primo barocco per mezzo dell’uso del compositore del Recercar Chromatico.  Lo stesso tema è presente inoltre nell’Omaggio a Girolamo Frescobaldi di Ligeti, un’interpretazione moderna della scala in dodici note;  la compilazione estende l’attenzione al ventesimo secolo includendo anche Bartok. Bartoli ha registrato il Concerto per Piano di Respighi, l’immensa Fantasia Contrappuntistica di Busoni ed una raccolta degli arrangiamenti di Liszt/Busoni.  Potete immaginarvi l’originalità, il gusto ed il virtuosismo che egli porta alla sua esecuzione frescobaldiana.

Traduzione Patrizia Bertelli

http://www.diapasoncd.com/frescobaldi-legacy-bartoli-p-80776.html#.UTQh6NIJb9E.facebook

bartoli

 NOTA BIO

 
Sandro Ivo Bartoli
Acclamato dalla stampa tedesca come “uno dei più importanti musicisti usciti dall’Italia negli ultimi trent’anni”, il pianista Sandro Ivo Bartoli è un artista tanto originale quanto la straordinaria vicenda artistica che lo ha portato al prestigio internazionale.
Nato a Pisa nel 1970, ha studiato al Conservatorio di Firenze ed alla Royal Academy of Music di Londra, perfezionandosi poi con il leggendario pianista russo Shura Cherkassky. Nei primi anni Novanta, con l’incoraggiamento di Cherkassky, Bartoli intraprese una frenetica attività concertistica e discografica per riproporre al pubblico il repertorio italiano del primo Novecento. Alla riscoperta dei concerti di Casella, Malipiero, Respighi e Pizzetti, aggiunse, nel 1995, la prima esecuzione moderna negli Stati Uniti della Toccata per pianoforte e orchestra di Ottorino Respighi in uno storico concerto che la PBS incluse nella serie ‘Great Performances’. In Europa, la sua attività lo vide prodursi in concerti, incisioni e trasmissioni radiofoniche, nonché in lezioni e conferenze alle Università di Oxford (St. John’s College) e Londra (King’s College London). Notevoli le collaborazioni con la Radio Nazionale Spagnola, con la quale nel 2004 realizzò una serie di concerti che illustravano la produzione pianistica italiana con opere di Casella, Malipiero, Respighi, Pizzetti, Busoni, e la Sonata di Luciano Berio, scritta appena due anni prima, e con la BBC, per la quale incise concerti di Respighi, Malipiero, Beethoven, Franck e la prima esecuzione assoluta delPaesaggio di Giancarlo Cardini. A coronamento di una ventennale attività, la città di Torino gli conferì il Premio Gina Rosso per l’Eccellenza Artistica, e nel 2008 la sua incisione dei concerti di Gian Francesco Malipiero vinse il Diapason D’Or/Découverte.

Pianista dal piglio vigoroso, attratto dal repertorio virtuosistico tardoromantico e padrone di un suono dalle molteplici sfaccettature timbriche, nel repertorio tradizionale Bartoli ha colto importanti affermazioni con i concerti di Rachmaninov (il Terzo Concerto a Londra, la Rapsodia sopra un tema di Paganini a Manchester), Shostakovitch (il Primo Concerto a Stoccolma), Beethoven (il Quinto Concerto a Nordhausen), Franck (le Variazioni Sinfoniche a Kendall), Chopin (il Secondo Concerto a Nottingham), e Liszt (il Concerto Malédiction a Bad Elster). Recentemente, con le sue esecuzioni del Secondo Concerto di Rachmaninov a Dresda (“una visione lirica incomparabile” – Dresdner Neueste Nachrichten) e della Totentanz di Liszt a Monaco di Baviera (“un’esecuzione meravigliosamente tremenda” – Süddeutsche Zeitung), Bartoli ha sottolineato l’indirizzo spregiudicato e virtuosistico che la sua pianistica ha seguito negli ultimi anni, confermandone la validità con una intensa attività discografica. Dal 2011 Bartoli ha inciso l’integrale delle trascrizioni di Liszt-Busoni, il Concerto in modo misolidio e la Toccata di Ottorino Respighi (con l’Orchestra di Stato della Sassonia e Michele Carulli), le opere pianistiche di Busoni (le Sette Elegie e la monumentale Fantasia contrappuntistica), il Concerto No.1 di Erik Lotichius (con l’Orchestra Sinfonica Accademica di San Pietroburgo e Vladimir Lande), ed un album di trascrizioni da Frescobaldi che ha ottenuto un vasto consenso internazionale. Nel dicembre 2012 la Radio Nazionale Argentina lo ha eletto ‘Artista della Settimana’, presentando una intervista esclusiva assieme ad una selezione della sua discografia.
Musicista eclettico, ha frequentato il teatro curando le musiche di scena de ‘Il libro dell’inquietudine’ di Fernando Pessoa, andato in scena al Festival d’Avignon nell’adattamento di Antonio Tabucchi. È inoltre protagonista di due documentari cinematografici in uscita nel 2013: ‘Malipiero – musica ribelle’ (M. Sebestik, Parigi, 2005-2012), e ‘Mood Indigo’ (G. Besseling, Amsterdam, 2012).
 

filippo

Si parla tanto del linguaggio populista di questi tempi – giustamente – e se ne temono il tono brutale ed i comportamenti violenti che ne potrebbero derivare; ma stentano taluni a riconoscerli altrove quegli stessi toni, quelle stesse psichiche movenze, quello stesso gratuito disprezzo per un parlare conciliante e propositivo, civile. Stentano addirittura a riconoscerlo in se stessi, il che la dice lunga sulla coerenza posseduta quando si tratta di agirla invece che chiacchierarla. E così ci è dato anche di assistere ad un pullulare, qua e là su web, di esternazioni infiorate da pregiudizi quando non da semplici insulti, insolenze, da gratuita violenza, e finanche dalla cruda certezza che la superiorità morale delle proprie idee sia talmente ovvia da non concedere (e non concedersi) il lusso di alcun ragionamento che la supporti. Il dubbio che tanta aggressività voglia nascondere un pauroso vuoto, di pensiero e di moralità, è forte; insieme all’impressione che siffatta irruenza cresca in misura inversa alla nostra incapacità di fornire spiegazioni plausibili della realtà, ed insieme alla certezza che tutto ciò che vogliamo combattere fuori di noi dovremmo prima – come ci ricorda Sciascia – combatterlo dentro di noi. Mi viene in mente, a proposito di questo inconsulto conformismo, di questo populismo che pretenderebbe di combattere altro populismo, di questa disposizione a individuare nemici più che interlocutori, un film sceneggiato da Oliver Stone, Fuga di mezzanotte, nel quale i detenuti in un manicomio di Istanbul, una massa di persone labili di mente o tali ritenute, o tali diventate, costrette a soggiornare nelle grotte avevano preso a girovagare gran parte del giorno attorno ad una colonna, in senso orario, meccanicamente, inopinatamente. E quando un giorno il protagonista, un detenuto americano tutt’altro che folle, si decise a girare in senso antiorario suscitando lo sconcerto di tutti, gli fu fornita la spiegazione: “sinistra cattiva, destra buona!”. Come se quei poveri coatti avessero introiettato non solo l’assurdità della loro disumana condizione di prigionieri, ma sinanche la prospettiva “politica” dei loro carnefici, del governo, la perversione pseudo-ideologica del sistema. Bene, anzi male; non vorrei che il popolo italiano continuasse ad adattarsi supinamente allo stallo perpetuo della sua classe dirigente, e che si facesse carico – girando a destra o a sinistra – dell’inamovibilità, dell’ineluttabilità e della frustrazione delle categorie ideologiche del sistema di cui è vittima. La ragione dovrebbe soccorrerci, e sbarrare il passo alle pericolose disragioni che incombono da ogni parte e che il “sistema” politico, che è prima ancora un “sistema culturale”, continuamente propone alimentando un crescente odio sociale. In tale prospettiva sarebbe dunque d’uopo, nel parlare, nello scrivere, da uomini liberi, utilizzare l’opportuno lessico, che si sforzi di perseguire l’intellegibilità ed il confronto, e che non indulga ad attacchi individuali o universali di sorta o contempli vendicativi propositi verso l’universo mondo, ché la frustrazione personale è sempre cattiva consigliera, e finisce per raggrumare intorno a noi la scorza impenetrabile dell’intolleranza. Fiduciosi, come siamo, che il comprendere sia ancora conquista migliore e più salda dell’inculcare, e del pretendere. Quanto poi alla proprietà transitiva per la quale almeno due terzi dell’elettorato italiano, quello che non la pensa come noi, avrebbe le stesse caratteristiche morali, ontologiche dei capi di riferimento, ahimé tutt’altro che modelli esemplari, (tentazione che vellica implicitamente più di un’esternazione sulla bocca di molti) e che per ciò stesso andrebbe classificato come un fardello laido e inutile di cui fare a meno per poter far sì che finalmente goverino gli “illuminati”, la cosa si commenta da sola: come destituita di ogni logica che rientri nella civiltà democratica e nel pensiero liberale. Malanno di cui soffre endemicamente il nostro disgraziato Paese, col suo eterno fascismo sotto mentite (e sovente rassicuranti) spoglie.
Filippo Martorana

archivio - abbiati - abbiati
Imponente e grassoccio, Buck Mulligan stava sbucando dal caposcala con in mano una tazza piena di schiuma, su cui s’incrociavano uno specchio e un rasoio. La sua vestaglia gialla, priva di cintura, era lievemente sollevata sul retro da una dolce arietta mattutina. Tenendo alta la tazza, intonò:
– Introibo ad altare Dei.
Fermatosi, scrutò giú nel buio della scala a chiocciola con un richiamo sguaiato.
– Vieni su, Kinch, disgustoso d’un gesuita.
Avanzò solenne e salí sulla rotonda piattaforma del bastione. Qui fece un giro d’occhi e con gesti compassati benedisse tre volte la torre e la contrada circostante e le montagne al risveglio. Indi, adocchiato Stephen Dedalus, si chinò verso di lui abbozzando alcuni svelti segni della croce nell’aria, borbogliando e scuotendo il capo. Stephen Dedalus, sonnacchioso e tediato, appoggiò le braccia in cima alla scala e squadrò gelidamente la faccia che lo benediceva bofonchiando e ballonzolandogli davanti, faccia lunga da cavallo, con l’intonsa zazzera bionda, tinteggiata d’un pallido color quercia.
Buck Mulligan sbirciò per un attimo sotto lo specchio e coprí la tazza con gesto svelto:
– Presto, tutti in caserma! gridò, severo.
E aggiunse con voce da predica:
– Poiché questa, o miei dilettissimi, è genuina e cristina sostanza, corpo e anima, sangue e liquame e via discorrendo. Musica lenta, prego. Chiudete gli occhi, signore e signori. Un momentino. Un po’ di fastidio con quei corpuscoli bianchi? Fate tutti silenzio.
James Joyce, Ulisse.
Traduzione di Gianni Celati.
***
Nei sette anni della sua gestazione questa nuova traduzione dell’Ulisse è diventata essa stessa una specie di leggenda. Interrotta molte volte per le cause più diverse, Celati l’ha ripresa in mano ogni volta caparbiamente, ricominciata, rifatta, migliorata. Ci sono stati problemi di salute che hanno messo a dura prova Celati e che, in certi momenti, lo hanno fatto disperare di poter portare a termine l’impresa. Ma forse il più alto rischio di interruzione definitiva del lavoro si è avuto quando Celati ha smarrito il suo computer portatile su un treno e lo ha poi inseguito tramite tutti gli uffici delle ferrovie internazionali, senza più riuscire a recuperarlo. Non aveva fatto alcun back-up e con quel computer spariva tutta la prima revisione di circa metà romanzo. Come in un gioco dell’oca, si tornava al punto di partenza, cioè alla prima stesura della traduzione fatta alcuni anni prima. Ma dopo un periodo di sconforto, incoraggiato dalla moglie, dagli amici e dalla casa editrice, Celati tornava al lavoro e ricostruiva pezzo per pezzo le soluzioni smarrite o, in molti casi, ne trovava altre forse migliori. Quasi come Dino Campana dopo che Ardengo Soffici gli aveva perso l’unico manoscritto dei Canti orfici. Inutile dire che adesso Celati ha imparato a salvare tutto quello che scrive e fa back-up anche delle liste della spesa.
Dunque la traduzione di Celati dell’Ulisse è stata più volte annunciata e molto attesa (il domenicale del Sole 24 Ore le ha già dedicato anticipazioni e articoli durante tutta la scorsa estate; Il Foglio ne ha fatto quasi un numero monografico dedicandogli otto pagine in un colpo solo). Ora finalmente il lettore può apprezzare il lavoro che Celati ha dedicato al capolavoro joyciano. Un lavoro eminentemente da scrittore, e non perché quella di Celati sia una traduzione infedele, ma perché rispetto alla pura trasposizione semantica privilegia il flusso sonoro, fondamentale per Joyce nonostante il suo famoso monologo sia “interiore”: l’oralità e addirittura la cantabilità, al di là della trama intellettuale che spesso ha fatto disperare i critici, fanno di questa lingua soprattutto una potente e suggestiva “macchina musicale”. E nessuno poteva rendere questi aspetti dell’Ulisse meglio di Celati, scrittore che proprio sulla musica e i flussi sonori ha composto, come una partitura jazz, tutti i suoi libri più importanti. Dunque la traduzione di Celati si inscrive perfettamente nella antica linea einaudiana di “scrittori tradotti da scrittori”: un’intuizione e una passione editoriale di Giulio Einaudi, che fin dagli anni Trenta si era speso perché dall’incontro di due scrittori e due lingue nascessero dei corto circuiti espressivi che andassero oltre la professionalità della traduzione.
Per il lettore è l’occasione irripetibile di rileggere (o leggere) il capolavoro di Joyce in modo nuovo, assolutamente non punitivo ma divertente e gioioso. Probabilmente come Joyce avrebbe voluto che fosse letto.
Recensione di Mauro Bersani
 

la perenne ‘quest’

Posted: March 4, 2013 in Poesia, Traduzione

ts.eliot

I said to my soul, be still, and wait without hope
For hope would be hope for the wrong thing; wait without love,
For love would be love of the wrong thing; there is yet faith
But the faith and the love and the hope are all in the waiting.
Wait without thought, for you are not ready for thought:
So the darkness shall be the light, and the stillness the dancing.

T.S. Eliot, Four Quartets,   East Coker, III, vv. 23-28

Ho lasciato la mia anima immobile, sospesa senza speranza
Poiché vana sarebbe la speranza ; sospesa senza amore,
Poiché vano sarebbe l’amore ; rimane tuttavia la fede
Ma fede amore e speranza sono sentimenti in  perenne attesa
Attendi anima libera da pensieri, poiché ancora non sei pronta nel ricevere una risposta:

Solo così la tenebra diverrà illuminazione, e l’immobilità del pensiero
si trasformera’ in mente danzante.
Traduzione Patrizia Bertelli