Archive for the ‘Narrativa’ Category

archivio - abbiati - abbiati
Imponente e grassoccio, Buck Mulligan stava sbucando dal caposcala con in mano una tazza piena di schiuma, su cui s’incrociavano uno specchio e un rasoio. La sua vestaglia gialla, priva di cintura, era lievemente sollevata sul retro da una dolce arietta mattutina. Tenendo alta la tazza, intonò:
– Introibo ad altare Dei.
Fermatosi, scrutò giú nel buio della scala a chiocciola con un richiamo sguaiato.
– Vieni su, Kinch, disgustoso d’un gesuita.
Avanzò solenne e salí sulla rotonda piattaforma del bastione. Qui fece un giro d’occhi e con gesti compassati benedisse tre volte la torre e la contrada circostante e le montagne al risveglio. Indi, adocchiato Stephen Dedalus, si chinò verso di lui abbozzando alcuni svelti segni della croce nell’aria, borbogliando e scuotendo il capo. Stephen Dedalus, sonnacchioso e tediato, appoggiò le braccia in cima alla scala e squadrò gelidamente la faccia che lo benediceva bofonchiando e ballonzolandogli davanti, faccia lunga da cavallo, con l’intonsa zazzera bionda, tinteggiata d’un pallido color quercia.
Buck Mulligan sbirciò per un attimo sotto lo specchio e coprí la tazza con gesto svelto:
– Presto, tutti in caserma! gridò, severo.
E aggiunse con voce da predica:
– Poiché questa, o miei dilettissimi, è genuina e cristina sostanza, corpo e anima, sangue e liquame e via discorrendo. Musica lenta, prego. Chiudete gli occhi, signore e signori. Un momentino. Un po’ di fastidio con quei corpuscoli bianchi? Fate tutti silenzio.
James Joyce, Ulisse.
Traduzione di Gianni Celati.
***
Nei sette anni della sua gestazione questa nuova traduzione dell’Ulisse è diventata essa stessa una specie di leggenda. Interrotta molte volte per le cause più diverse, Celati l’ha ripresa in mano ogni volta caparbiamente, ricominciata, rifatta, migliorata. Ci sono stati problemi di salute che hanno messo a dura prova Celati e che, in certi momenti, lo hanno fatto disperare di poter portare a termine l’impresa. Ma forse il più alto rischio di interruzione definitiva del lavoro si è avuto quando Celati ha smarrito il suo computer portatile su un treno e lo ha poi inseguito tramite tutti gli uffici delle ferrovie internazionali, senza più riuscire a recuperarlo. Non aveva fatto alcun back-up e con quel computer spariva tutta la prima revisione di circa metà romanzo. Come in un gioco dell’oca, si tornava al punto di partenza, cioè alla prima stesura della traduzione fatta alcuni anni prima. Ma dopo un periodo di sconforto, incoraggiato dalla moglie, dagli amici e dalla casa editrice, Celati tornava al lavoro e ricostruiva pezzo per pezzo le soluzioni smarrite o, in molti casi, ne trovava altre forse migliori. Quasi come Dino Campana dopo che Ardengo Soffici gli aveva perso l’unico manoscritto dei Canti orfici. Inutile dire che adesso Celati ha imparato a salvare tutto quello che scrive e fa back-up anche delle liste della spesa.
Dunque la traduzione di Celati dell’Ulisse è stata più volte annunciata e molto attesa (il domenicale del Sole 24 Ore le ha già dedicato anticipazioni e articoli durante tutta la scorsa estate; Il Foglio ne ha fatto quasi un numero monografico dedicandogli otto pagine in un colpo solo). Ora finalmente il lettore può apprezzare il lavoro che Celati ha dedicato al capolavoro joyciano. Un lavoro eminentemente da scrittore, e non perché quella di Celati sia una traduzione infedele, ma perché rispetto alla pura trasposizione semantica privilegia il flusso sonoro, fondamentale per Joyce nonostante il suo famoso monologo sia “interiore”: l’oralità e addirittura la cantabilità, al di là della trama intellettuale che spesso ha fatto disperare i critici, fanno di questa lingua soprattutto una potente e suggestiva “macchina musicale”. E nessuno poteva rendere questi aspetti dell’Ulisse meglio di Celati, scrittore che proprio sulla musica e i flussi sonori ha composto, come una partitura jazz, tutti i suoi libri più importanti. Dunque la traduzione di Celati si inscrive perfettamente nella antica linea einaudiana di “scrittori tradotti da scrittori”: un’intuizione e una passione editoriale di Giulio Einaudi, che fin dagli anni Trenta si era speso perché dall’incontro di due scrittori e due lingue nascessero dei corto circuiti espressivi che andassero oltre la professionalità della traduzione.
Per il lettore è l’occasione irripetibile di rileggere (o leggere) il capolavoro di Joyce in modo nuovo, assolutamente non punitivo ma divertente e gioioso. Probabilmente come Joyce avrebbe voluto che fosse letto.
Recensione di Mauro Bersani
 
Advertisements

ulysses

Manoscritto autografato dell’Ulisse
(sezione II Odissea. episodio 15 Circe)

Old father, old arteficier,

stand me now and ever

in good stead.

(il mio omaggio al XV episodio)

Mezzanotte circa.
Dietro la Custom House, a Dublino, in Mabbot street, c’è la zona dei bordelli. Richiami inequivocabili.
Vertigini di Stephen, che si ferma improvvisamente. Parla. Ma a parlare e’ il suo inconscio. E Joyce così introduce Stephen che parla – “La stanza gli volteggia intorno in senso inverso. Occhi chiusi, traballa. Binari rossi volano via nello spazio. Stelle intorno a soli girano tutte in giro. Zanzarine fulgide danzano sul muro.”
Ed è con la madre che inconsciamente Stephen parla. Con la madre morta. Strano rapporto di Joyce con la madre: per affermare se stesso e il suo laicismo, si era rifiutato di inginocchiarsi e di pregare dinanzi alla madre morente, e la madre morente lo aveva supplicato di inginocchiarsi e pregare per lei.
Un amore, alla fine, sciupato da quel tradimento.
E con l’amore tradito, un lungo senso di colpa: sin dall’inizio dell’ Ulysses, sin dal primo episodio ambientato nella torre di Sandycove.
Mentre Buck Mulligan si rade, Joyce-Stephen guarda il mare e l’immagine dell’acqua del mare si confonde con quella del vomito della madre.
Ma quale la parola per un laico come Stephen?
Fuori dal bordello continua la vita vera – “Bloom libero’ Stephen dalla maggior parte dei trucioli e gli porse cappello e bastone e in genere lo rimise in piedi alla maniera del buon Samaritano”.
Il richiamo alla parabola evangelica ha un suo significato. Mr. Bloom e Stephen si aiutano, entrambi sono disponibili all’incontro: perche’ la loro patria e’ la strada, perche’ non hanno mete, perche’ dell’andar vagando hanno fatto il proprio stile di vita.
Nomadi come il buon Samaritano, che si ferma ad aiutare colui che sta per morire bastonato dai ladri, a differenza del sacerdote e del levita che hanno invece mete precise da raggiungere. Come il buon Samaritano, pronti a dare, non a chiedere. Pieni d’amore e alla ricerca dell’amore. Pieni d’amore, anche senza l’amore degli altri.
Ma che importa?
Posseggono la parola, che li assiste nella vita, che gli consente di frequentare il bordello di Bella Cohen, di trasformarsi in porci e poi di riacquistare sembianze umane lasciando che l’inconscio ricordi o rimuova l’amore desiderato.
E però, forse per questo, un amore senza fine, che non ha oggetto su cui appuntarsi. E consumarsi.

[14.01.2012]

uly

 L’edizione  del 1935 illustrata da Henri Matisse

tra fantasia e sogno

Posted: September 29, 2012 in Arte, Narrativa, Prosa d'autore

La Venere di Milo, Museo del Louvre, Parigi

Non appena l’alba, e l’alba spunto’ molto presto, dipinse di rosa l’accoglienza degli dei mutili nel giardino, Sir Benjamin lascio’ la stanza per esaminare i danni alla luce del giorno. Non si sentiva molto bene. Il peso degli anni cominciava a gravargli. La maschera rabelaisiana che aveva portato, la posa del mangiatore gargantuesco e del bevitore pantagruelico stavano diventando tutti atteggiamenti un po’ troppo studiati. Doveva finalmente ammettere che il suo stomaco non era piu’ quello di un tempo. Un pasto anche modesto – diciamo una “fiorentina” ai ferri o un paio di fagiani – gli dava una punturina di pirosi. Non tollerava piu’ vino e liquori nella quantita’ di una volta. Tre bottiglie di Borgogna gli annebbiavano un po’ le idee e lo predisponevano al litigio.
Il futuro, seguitava a rimuginare. Il futuro rodeva il passato fino a ingestione completa, e a lui questo incuteva spavento. Paventava la conquista e la distruzione del passato, degli dei del passato, a opera di forza bruta – una saetta e il crolllo di un albero. Il futuro gli faceva l’effetto del passeggero zotico di autobus che si e’ accaparrato villanamente un posto a sedere e non e’ incline ad alzarsi per cederlo ad una signora. Il futuro era un ghigno contorto e compiaciuto. […] Il mondo sembrava intestardito a mandare in briciole ogni specchio in cui mirarsi. Il mondo stava allestendo un gran salone degli specchi per il solo gusto di vedere la moltiplicazione della propria immagine schiantarsi in frantumi che avrebbero cambiato il sorrisetto narcisistico in turpe sogghigno. La prospettiva del futuro, per Sir. Benjamin, era stomachevole. […] Credeva che gli eserciti erano in marcia, i megawatt dai Tannoy rintronanti, la mente collettiva – utensile dell’oligarchia – plasmata sotto l’azione anestetica degli slogan e degli spettacoli di massa. Gli dei del giardino, con tutta la loro epifania miracolosa di quella notte, erano morti. […] Ed il mondo, sicuramente, aveva ben altro a cui pensare.

Anthony Burgess, da Due storie di Venere, Rizzoli, 1964, traduzione Liliana Macellari, pp 106-107

Questo libro si fonda su un racconto di Burton – Anatomy of Melancholy, Pt. 3, Sec 2, Mem. I, Subs. I – che egli trasse da Florilegus (1055), “storico onesto del nostro paese, poiche’ ne parla con tanta sicurezza, come di un fatto di cui, in quel tempo, l’intera Europa discorreva”.





Gita al faro

Posted: September 25, 2012 in Classici, Narrativa

Così, con una luce a caso che li guidava da una stella scoperta, o da una nave 

vagante, o dal Faro stesso, con l’impronta pallida sulle scale e sulla stuoia, quei 

piccoli soffi salivano le scale e si facevano strada fino alle porte delle camere. 

Ma qui dovevano arrestarsi. Qualunque altra cosa può morire o scomparire, 

quello che c’è lì è immutabile. Qui si poteva dire a quelle luci scivolose, a quei 

soffi esitanti che alitavano e si curvavano sul letto, qui non potete né toccare 

né distruggere. Al che, stanchi, spettrali, come se avessero avuto dita leggere 

come piume e della stessa consistenza delle piume, avrebbero guardato, una 

volta, gli occhi chiusi e le dita intrecciate, e ripiegando le vesti con gesto 

stanco, sarebbero scomparsi. E così, facendosi strada, frugando, andarono alla 

finestra delle scale, nelle camere della servitù, tra le scatole in soffitta; e 

scendendo, sbiancarono le mele sul tavolo della sala da pranzo, stropicciarono i 

petali delle rose, esaminarono il quadro sul cavalletto, spazzarono la stuoia e 

soffiarono un po’ di sabbia sul pavimento. Alla fine desistettero, cessarono 

insieme, si riunirono insieme, sospirarono insieme; tutti insieme emisero una 

raffica di gemiti senza scopo, cui rispose una porta della cucina; si spalancò; 

nessuno entrò; e si richiuse con un tonfo.

Virginia Woolf, To the lighthouse


AL VOLO [senza ali]

Posted: September 5, 2012 in Arte, Mitologia, Narrativa, Prosa


Henri Matisse, Icaro


Al volo!…senza ali…Tua Icar[a]

In quell’attimo eterno siamo chiusi in noi, ma un universo intero ci gira intorno, avvolgendoci. Non me ne rendo conto, ma gia’ lampeggia il sospetto di dopo. Se un granello di equilibrio venisse meno, una pulsazione d’amore fallisse, precipiterei nella realta’ degli ingranaggi…………………[GS]
 2.II.2012

…do the walk of life!


Ti piace l’amore? 


Non lo so. 


Ora ce l’hai? 


Sì, mi sono accorto di avercelo. È cominciato dalla mano, la 

prima volta che me l’hai tenuta. 

Mantenere è il mio verbo preferito. 


Sei innamorato di me?

Ho cominciato dalla mano che si è innamorata della tua 

quando me l’hai tenuta. Poi si sono innamorate le ferite che si 

sono messe a guarire alla svelta.







Virginia Woolf – da Orlando

Posted: April 5, 2012 in Narrativa, Prosa

Profondamente sospirò e si gettò – c’era nei suoi gesti una passione che merita la parola – sul nudo suolo ai piedi della quercia. Godeva nel sentire, sotto l’effimera apparenza dell’estate, la spina dorsale della terra; ché tale era per lui la dura radice della quercia, oppure – l’immagine seguendo l’immagine – era il dorso d’un gran destriero che cavalcava; o la tolda di una nave in preda alle onde; qualsiasi cosa, insomma, purché solida, poiché egli anelava a qualche cosa cui ormeggiare il suo fluttuante cuore; quel cuore che ogni sera in quella stagione, quando s’aggirava per le campagne, pareva ricolmo di aromatiche e languide sensazioni d’amore. Alla quercia egli lo legò, e, standosene così disteso, a poco a poco il pulsare scomposto, entro di lui e intorno, si calmò; sostarono sospese le esigue foglie, si fermò il daino; si arrestarono le pallide nuvole d’estate; le membra gli si appesantirono sul suolo; e giacque così immoto che passo passo il daino s’appressò, le cornacchie roteando scesero sul suo capo, le rondini si tuffarono e volteggiarono, il sussurro delle libellule lo sfiorò, quasi tutta la fertilità e il tripudio d’amore della sera d’estate tessessero la propria trama intorno al suo corpo.