considerazioni attuali | Filippo Martorana

Posted: March 17, 2013 in Filosofia, Riflessioni

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Si parla tanto del linguaggio populista di questi tempi – giustamente – e se ne temono il tono brutale ed i comportamenti violenti che ne potrebbero derivare; ma stentano taluni a riconoscerli altrove quegli stessi toni, quelle stesse psichiche movenze, quello stesso gratuito disprezzo per un parlare conciliante e propositivo, civile. Stentano addirittura a riconoscerlo in se stessi, il che la dice lunga sulla coerenza posseduta quando si tratta di agirla invece che chiacchierarla. E così ci è dato anche di assistere ad un pullulare, qua e là su web, di esternazioni infiorate da pregiudizi quando non da semplici insulti, insolenze, da gratuita violenza, e finanche dalla cruda certezza che la superiorità morale delle proprie idee sia talmente ovvia da non concedere (e non concedersi) il lusso di alcun ragionamento che la supporti. Il dubbio che tanta aggressività voglia nascondere un pauroso vuoto, di pensiero e di moralità, è forte; insieme all’impressione che siffatta irruenza cresca in misura inversa alla nostra incapacità di fornire spiegazioni plausibili della realtà, ed insieme alla certezza che tutto ciò che vogliamo combattere fuori di noi dovremmo prima – come ci ricorda Sciascia – combatterlo dentro di noi. Mi viene in mente, a proposito di questo inconsulto conformismo, di questo populismo che pretenderebbe di combattere altro populismo, di questa disposizione a individuare nemici più che interlocutori, un film sceneggiato da Oliver Stone, Fuga di mezzanotte, nel quale i detenuti in un manicomio di Istanbul, una massa di persone labili di mente o tali ritenute, o tali diventate, costrette a soggiornare nelle grotte avevano preso a girovagare gran parte del giorno attorno ad una colonna, in senso orario, meccanicamente, inopinatamente. E quando un giorno il protagonista, un detenuto americano tutt’altro che folle, si decise a girare in senso antiorario suscitando lo sconcerto di tutti, gli fu fornita la spiegazione: “sinistra cattiva, destra buona!”. Come se quei poveri coatti avessero introiettato non solo l’assurdità della loro disumana condizione di prigionieri, ma sinanche la prospettiva “politica” dei loro carnefici, del governo, la perversione pseudo-ideologica del sistema. Bene, anzi male; non vorrei che il popolo italiano continuasse ad adattarsi supinamente allo stallo perpetuo della sua classe dirigente, e che si facesse carico – girando a destra o a sinistra – dell’inamovibilità, dell’ineluttabilità e della frustrazione delle categorie ideologiche del sistema di cui è vittima. La ragione dovrebbe soccorrerci, e sbarrare il passo alle pericolose disragioni che incombono da ogni parte e che il “sistema” politico, che è prima ancora un “sistema culturale”, continuamente propone alimentando un crescente odio sociale. In tale prospettiva sarebbe dunque d’uopo, nel parlare, nello scrivere, da uomini liberi, utilizzare l’opportuno lessico, che si sforzi di perseguire l’intellegibilità ed il confronto, e che non indulga ad attacchi individuali o universali di sorta o contempli vendicativi propositi verso l’universo mondo, ché la frustrazione personale è sempre cattiva consigliera, e finisce per raggrumare intorno a noi la scorza impenetrabile dell’intolleranza. Fiduciosi, come siamo, che il comprendere sia ancora conquista migliore e più salda dell’inculcare, e del pretendere. Quanto poi alla proprietà transitiva per la quale almeno due terzi dell’elettorato italiano, quello che non la pensa come noi, avrebbe le stesse caratteristiche morali, ontologiche dei capi di riferimento, ahimé tutt’altro che modelli esemplari, (tentazione che vellica implicitamente più di un’esternazione sulla bocca di molti) e che per ciò stesso andrebbe classificato come un fardello laido e inutile di cui fare a meno per poter far sì che finalmente goverino gli “illuminati”, la cosa si commenta da sola: come destituita di ogni logica che rientri nella civiltà democratica e nel pensiero liberale. Malanno di cui soffre endemicamente il nostro disgraziato Paese, col suo eterno fascismo sotto mentite (e sovente rassicuranti) spoglie.
Filippo Martorana

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