Archive for January, 2013

Angelopoulos2

The history of the Balkans may well be confusing,
yet there is something which has risen from the South
What I mean is that there exists a Mediterranean culture.
Greece is the Balkans, but the Mediterranean as well,
and as much (sic) inherits from both of these […]
which the Italians, the Spanish, the French also inherit [. . .]
And in this or that way, whether or not
because our blood mingled with theirs,
it circulates as a cultural memory[ . . .]

Théo Angelopoulos (“Rigas Feraios’ Map” 17)

E’ stato senza dubbio il maggiore e più noto a livello internazionale tra gli autori greci, un regista-poeta in equilibrio tra politica e mito, cultura marxista ed epica. Classe 1935, si laurea in Legge ad Atene per poi trasferirsi a Parigi. Scopo: approfondire gli studi di critica cinematografica. Tornato in patria, in seguito all’avvento della dittatura dei colonnelli si rifugia di nuovo nella capitale francese per fare il cineasta. Nel 1970 esce Ricostruzione di un delitto, thriller metafisico e raggelato che contiene in nuce già tutti gli elementi della sua poetica: la narrazione straniata, una lentezza che si concretizza nel ricorso al piano sequenza (un modo di girare senza stacchi, attraverso lunghe scene che evocano una narrazione non cronologica del tempo, inteso in joyciano fluire); e, ancora, le citazioni teatrali che rimandano all’attualità e alla situazione politica del Paese. In Italia lo consacrano i grandi festival come Venezia e una serie di opere da Il volo (con Marcello Mastroianni) a Lo sguardo di Ulisse (pensato per Gian Maria Volontè, che morì poco prima delle riprese, sostituito da Harvey Keitel), fino a L’eternità e un giorno, protagonista Bruno Ganz, premiato con la Palma d’oro a Cannes nel 1998. L’ultimo lavoro del regista-poeta è La polvere del tempo, presentato alla Berlinale nel 2009. E ne conferma la straordinaria sensibilità visiva e soprattutto l’attenzione del paesaggio, che è quello rurale e aspro della Grecia continentale e isolana. L’Egeo, piccolo ma turbolento, è stato teatro di grandi battaglie navali. Nella finzione dello schermo, ma non sempre nella geografia dei luoghi scelti per girare, il territorio greco è stato spesso evocato. Non solo nel peplum (film in costume ellenico), ma anche nel cinema d’autore. Gli esempi più illustri sono Edipo Re (1967) e Medea (1970) di Pasolini. Senza dimenticare Woody Allen, che in La dea dell’amore (1995) introduce un coro da tragedia e commento dell’azione.
Quando gli chiedevano perché facesse film, Angelopoulos rispondeva citando Borges: Per me, per i miei amici e per ammorbidire il passaggio del tempo.
Circa un anno fa, mentre si dirigeva sulle scene del suo nuovo film (presso il porto del Pireo), il regista-poeta è stato colpito da una moto e ferito a morte.
Ed ancora una volta l’ Egeo diventa il grande protagonista e testimone infinito del suo tempo senza fine, superando, stavolta, quel filo sottile e morbido che, improvvisamente, lo ha catapultato oltre.

Ricordando Georgios Seferis:

Abbiamo superato il mare
che ci porta a un altro mare

Theo Angelopoulos 2009

Theo Angelopoulos 2009 (Photo credit: George Laoutaris)

Finnegans wake

Tra coloro che hanno compiuto l’impresa titanica di leggerlo, e sono pochissimi in tutto mondo, cè chi lo considera un glorioso fallimento e chi il capolavoro del Novecento. Comunque, una leggenda. L’opera è Finnegans Wake ed è uno dei libri più folli, geniali, illeggibili, imprescindibili e impraticabili della storia della Letteratura. James Joyce, il quale dopo aver completato l’altro suo monstrum, Ulysses, non scrisse neanche una riga per un anno, iniziò la stesura di quello che poi avrebbe intitolato Finnegans Wake nel 1922 – con il titolo Work in Progress cominciò a uscire a puntate sulla rivista Transition – e lo vide per la prima volta stampato in volume, a Parigi, il giorno del suo 57º compleanno, il 2 febbraio 1939, due anni prima di morire.Tentare di spiegare cos’è Finnegans Wake è quasi impossibile, forse ancora più difficile che leggerlo. Stanilaslaus Joyce, il fratello di James, lo definì «l’ultimo delirio della letteratura prima della sua estinzione». Ma forse anche questa è una leggenda. Comunque, dopo Finnegan’s Wake scrivere un romanzo non è più stato come prima. Composto da quattro libri, ricava il titolo da un’antica ballata popolare irlandese: il muratore Ted Finnegan, col vizio di bere, muore battendo la testa e, durante la veglia in suo onore, resuscita dalla bara appena sente stappare una bottiglia di whisky. Un’allegoria del ciclo universale della vita. Il termine wake significa allo stesso tempo «veglia funebre» e «risveglio». Usando il celebre paragone di Edmund Wilson, se l’Ulysses è il tentativo di presentare direttamente i pensieri e i sentimenti di un gruppo di dublinesi durante l’intero corso di una giornata d’estate, Finnegans Wake è un tentativo parallelo di rendere poeticamente i sogni visionari e le sensazioni semi-consce di un singolo individuo durante il sonno di una notte.E se raccontare la «trama» di Finnegans Wake è inutile oltre che difficilissimo, tentare di «spiegare» la lingua in cui è scritto è un ulteriore salto nel vuoto. Diciamo che l’Ulysess è un brezza leggera, Finnegans Wake un tornado. Il flusso di coscienza è portato alle sue estreme conseguenze, la condensazione di parole è allo stato terminale, le lingue e i dialetti usati sono almeno una ventina, spuntano idiomi inventati, i neologismi nascono dalla fusione di termini di lingue differenti oppure saldando insieme suoni e pensieri, vocali e consonanti si scambiano, le onomatopee tracimano… nelle prime righe del romanzo un tuono viene espresso con una parola di cento lettere: babadalgharaghtahkhamminarronnkonnbronntonnerronntuonnthunntrovarrhounawnshawntochoordenenthurnuk! La pagina diventa un magma linguistico proteiforme, un puzzle incomponibile, come ha detto qualcuno: «la suprema sintesi verbale del creato». Bene. Di fronte a tutto ciò, come pensate possa sentirsi un traduttore? Ecco, proprio come vi immaginate. Non a caso in tutto il pianeta sono soltanto due le lingue nelle quali si è tentato di tradurre lopera: giapponese e italiano. Nella nostra lingua, in particolare, hanno fatto dei tentativi lo stesso Joyce (con Nino Frank, nel 40, su un singolo brano) e successivamente Mario Diacono, Gianni Celati e Rodolfo Wilcock, ma sempre su piccole parti del libro. Chi invece ha azzardato l’impresa della traduzione completa è Luigi Schenoni. Nato nel 35, bolognese, ovviamente geniale, laureato in Lingue e letterature straniere alla Bocconi di Milano, Schenoni lavorò per ventanni come traduttore tecnico-commerciale per unimportante ditta della sua città. Poi, l’avventura. Cominciò nel 74 e, tra un impegno e l’altro, ha continuato per tutta la vita. Nell’82 apparve per Mondadori la sua traduzione della prima parte (quattro capitoli) del primo libro di Finnegans Wake (poi uscito nel 93 negli Oscar), nel 2001 arrivò la seconda parte del primo libro (altri quattro capitoli), nel 2004 i primi due capitoli del secondo libro, e oggi, sempre negli Oscar, appaiono (postumi) i capitoli terzo e quarto del secondo libro, quelli ambientati nella taverna del protagonista, Humphrey Chimpden Earwicker, tra le 22 e le 22,30 dell’unica giornata in cui, così come accade nell’Ulysses, si svolge Finnegans Wake. Una giornata che simboleggia la parabola dell’esistenza. Di per sé, l’opera completa prevede altri quattro capitoli di questo secondo libro che però (molto probabilmente, anzi con tutta probabilità) non avranno mai una traduzione in italiano perché, morto Luigi Schenoni, è impossibile far proseguire la traduzione a un’altra persona: il lavoro di Schenoni è stato soprattutto rendere in italiano lo stesso «suono» e la stessa «musicalità» che le parole scelte da Joyce hanno nell’originale, e nel momento in cui un nuovo traduttore dovesse cimentarsi in questo lavoro dovrebbe ricominciare tutto da capo, in quanto la scelta della «resa» è troppo personale e coinvolge l’intera opera. Il «risveglio» di Finnegan si è interrotto, almeno in italiano. Riusciremo mai a leggerlo tutto? Intervistato nel 2001, dal grandissimo Eraldo Affinati, Schenoni a proposito dell’assoluta intraducibilità del testo, con altrettanto assoluta semplicità rispose: «Io credo che dietro le manipolazioni linguistiche, che vogliono essere una sintesi verbale del mondo, ci sia una trama molto semplice e quotidiana che si svolge in circa dodici ore, dal pomeriggio-sera all’alba del giorno dopo. Ho cercato di rispettare i giochi di parole dell’autore ricreandoli in italiano. Mi piacerebbe mettere a disposizione del lettore comune il patrimonio del libro». Per quello che la vita gli ha concesso, diremmo che ce l’ha fatta.

[da una recensione di Luigi Mascheroni]

AndyWarhol

Nel Nulla ci sta il Niente

infinito di spazi finiti

[narrow e narranti]

di chi proprio non ti cuenta

In lingua nostra

diverso sarebbe l’enunciato

Posted: January 7, 2013 in Uncategorized

sospensioni | di altro di me

ph gabrielam


pensiero di dicembre|scritto al volo|senza ali

Quanto li ho amati quei pensieri fatti di carne
quelle parole trasudanti canti
quale entusiasmo!
e se scrivo questi frammenti d’anima
è solo per me e non per altra folla
ignara del mondo intorno e dentro
 
 cuore e neuroni
 diventano amalgama di universo
ma devo pur difendermi
da attacchi e affondi e schiaffi
e spade infuocate sempre pronte
a squarciarmi il  petto
a graffiarmi la gola
|in questi giorni di gelo
incandescenze dei miei imperfetti segni|


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[…] Un bel sollievo dovunque si sia non tenersi l’aria in corpo chissà se quella braciola del maiale che ho preso col tè dopo era proprio fresca con questo caldo non ho sentito nessun odore sono sicura che quell’uomo curioso del norcino è un gran furfante spero che quel lume non fumi mi riempirebbe il naso di sudiciume meglio che rischiare che mi lasci aperto il gas tutta la notte […]

James Joyce, Ulisse, traduzione G. De Angelis, Mondadori, Milano 1985, p.1045