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COVER_FMDA (1)Fatti mangiare dall’Amore è  un ricettario di impianto narrativo, curato e ideato da Rosamaria Caputi, nato dalla collaborazione di vari autori e artisti, i Cochonnerie-Labile-Collettivo, grazie alle ricette pervenute da un centinaio di partecipanti-spadellatori.
Lo scopo del libro, come del precedente Fatti mangiare dalla Mamma, dedicato al poeta portotorrese Fabrizio Pittalis, è quello di donare il ricavato delle vendite al Reparto Oncologico Pediatrico dell’Ospedale “Santa Chiara” di Pisa, attraverso l’Associazione Onlus AGBALT,  per arredare  l’interno di uno dei padiglioni che ospitano i bambini in attesa di cure e le loro famiglie. L’anno scorso le vendite di Fatti mangiare dalla Mamma e la vincita del “Premio Pavoncella alla Creatività Femminile” hanno contribuito alla realizzazione di una palestra riabilitativa, inoltre è stato possibile regalare un viaggio a Barcellona a un bimbo guarito, insieme ai genitori.
FMDA è un prezioso e originale ricettario, curato nei dettagli tecnici da una chef e da…

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archivio - abbiati - abbiati
Imponente e grassoccio, Buck Mulligan stava sbucando dal caposcala con in mano una tazza piena di schiuma, su cui s’incrociavano uno specchio e un rasoio. La sua vestaglia gialla, priva di cintura, era lievemente sollevata sul retro da una dolce arietta mattutina. Tenendo alta la tazza, intonò:
– Introibo ad altare Dei.
Fermatosi, scrutò giú nel buio della scala a chiocciola con un richiamo sguaiato.
– Vieni su, Kinch, disgustoso d’un gesuita.
Avanzò solenne e salí sulla rotonda piattaforma del bastione. Qui fece un giro d’occhi e con gesti compassati benedisse tre volte la torre e la contrada circostante e le montagne al risveglio. Indi, adocchiato Stephen Dedalus, si chinò verso di lui abbozzando alcuni svelti segni della croce nell’aria, borbogliando e scuotendo il capo. Stephen Dedalus, sonnacchioso e tediato, appoggiò le braccia in cima alla scala e squadrò gelidamente la faccia che lo benediceva bofonchiando e ballonzolandogli davanti, faccia lunga da cavallo, con l’intonsa zazzera bionda, tinteggiata d’un pallido color quercia.
Buck Mulligan sbirciò per un attimo sotto lo specchio e coprí la tazza con gesto svelto:
– Presto, tutti in caserma! gridò, severo.
E aggiunse con voce da predica:
– Poiché questa, o miei dilettissimi, è genuina e cristina sostanza, corpo e anima, sangue e liquame e via discorrendo. Musica lenta, prego. Chiudete gli occhi, signore e signori. Un momentino. Un po’ di fastidio con quei corpuscoli bianchi? Fate tutti silenzio.
James Joyce, Ulisse.
Traduzione di Gianni Celati.
***
Nei sette anni della sua gestazione questa nuova traduzione dell’Ulisse è diventata essa stessa una specie di leggenda. Interrotta molte volte per le cause più diverse, Celati l’ha ripresa in mano ogni volta caparbiamente, ricominciata, rifatta, migliorata. Ci sono stati problemi di salute che hanno messo a dura prova Celati e che, in certi momenti, lo hanno fatto disperare di poter portare a termine l’impresa. Ma forse il più alto rischio di interruzione definitiva del lavoro si è avuto quando Celati ha smarrito il suo computer portatile su un treno e lo ha poi inseguito tramite tutti gli uffici delle ferrovie internazionali, senza più riuscire a recuperarlo. Non aveva fatto alcun back-up e con quel computer spariva tutta la prima revisione di circa metà romanzo. Come in un gioco dell’oca, si tornava al punto di partenza, cioè alla prima stesura della traduzione fatta alcuni anni prima. Ma dopo un periodo di sconforto, incoraggiato dalla moglie, dagli amici e dalla casa editrice, Celati tornava al lavoro e ricostruiva pezzo per pezzo le soluzioni smarrite o, in molti casi, ne trovava altre forse migliori. Quasi come Dino Campana dopo che Ardengo Soffici gli aveva perso l’unico manoscritto dei Canti orfici. Inutile dire che adesso Celati ha imparato a salvare tutto quello che scrive e fa back-up anche delle liste della spesa.
Dunque la traduzione di Celati dell’Ulisse è stata più volte annunciata e molto attesa (il domenicale del Sole 24 Ore le ha già dedicato anticipazioni e articoli durante tutta la scorsa estate; Il Foglio ne ha fatto quasi un numero monografico dedicandogli otto pagine in un colpo solo). Ora finalmente il lettore può apprezzare il lavoro che Celati ha dedicato al capolavoro joyciano. Un lavoro eminentemente da scrittore, e non perché quella di Celati sia una traduzione infedele, ma perché rispetto alla pura trasposizione semantica privilegia il flusso sonoro, fondamentale per Joyce nonostante il suo famoso monologo sia “interiore”: l’oralità e addirittura la cantabilità, al di là della trama intellettuale che spesso ha fatto disperare i critici, fanno di questa lingua soprattutto una potente e suggestiva “macchina musicale”. E nessuno poteva rendere questi aspetti dell’Ulisse meglio di Celati, scrittore che proprio sulla musica e i flussi sonori ha composto, come una partitura jazz, tutti i suoi libri più importanti. Dunque la traduzione di Celati si inscrive perfettamente nella antica linea einaudiana di “scrittori tradotti da scrittori”: un’intuizione e una passione editoriale di Giulio Einaudi, che fin dagli anni Trenta si era speso perché dall’incontro di due scrittori e due lingue nascessero dei corto circuiti espressivi che andassero oltre la professionalità della traduzione.
Per il lettore è l’occasione irripetibile di rileggere (o leggere) il capolavoro di Joyce in modo nuovo, assolutamente non punitivo ma divertente e gioioso. Probabilmente come Joyce avrebbe voluto che fosse letto.
Recensione di Mauro Bersani
 

barbagallo3

Pensierino della merenda: L’uomo che ha ‘scelto’ è sempre “violento”, nelle quattro forme fondamentali della violenza: “aggressivo”, perché ha un fine, una meta, un obiettivo; “spietato”, perché non può permettersi contaminazioni emotive o sentimenti di empatia nei confronti di chi ha scelto di combattere, il nemico, colui insomma che non gli ricambierebbe il favore; “terribile”, per quel che riguarda la proiezione della propria forza, il togliere coraggio all’avversario; “feroce”, per ciò che attiene all’azione in battaglia, senza ‘se’ né ‘ma’, ogni indecisione sarebbe estatica, e fatale.

Tutto ciò che NON è questo è confusione, frustrazione, patologia, morbosità, debolezza, come si può dire del sadico (che gode nel far soffrire), del sanguinario (che si lascia attrarre oltre misura dall’ebberezza estetica della sottomissione altrui), del malvagio (che si lascia guidare dal proprio sotterraneo senso di inferiorità). Buon pomeriggio

Santi Barbagallo

strike dance rise

Posted: February 13, 2013 in Donna, Uncategorized, Video

 

 

AndyWarhol

Nel Nulla ci sta il Niente

infinito di spazi finiti

[narrow e narranti]

di chi proprio non ti cuenta

In lingua nostra

diverso sarebbe l’enunciato

Posted: January 7, 2013 in Uncategorized

sospensioni | di altro di me

ph gabrielam


pensiero di dicembre|scritto al volo|senza ali

Quanto li ho amati quei pensieri fatti di carne
quelle parole trasudanti canti
quale entusiasmo!
e se scrivo questi frammenti d’anima
è solo per me e non per altra folla
ignara del mondo intorno e dentro
 
 cuore e neuroni
 diventano amalgama di universo
ma devo pur difendermi
da attacchi e affondi e schiaffi
e spade infuocate sempre pronte
a squarciarmi il  petto
a graffiarmi la gola
|in questi giorni di gelo
incandescenze dei miei imperfetti segni|


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le mie fluidità interiori
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