Archive for the ‘Recensioni’ Category

Oggi, su Mentelocale.  Antonella Viale racconta, con bellezza e sentimento.

(e non finisce qui)

http://www.mentelocale.it/56176-magazine-ricette-natale-fatti-mangiare-dalla-mamma-recensione/

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Come è ben noto, il mito di Edipo ispirò  a Sofocle le tragedie Edipo Re e Edipo a Colono, nelle quali rappresenta i grandi temi della vita umana, individuale e sociale.  Edipo ha conosciuto nei secoli una fortuna che va al di là dei motivi puramente letterari, dalla musica al cinema all’arte ed è diventata anche una delle chiavi  freudiane della scoperta delle forze inconscie della psiche.  Tra le opere musicali ispirate alla tragedia di Sofocle, la più significativa  è forse Oedipus Rex di Stravinskij.  Nel 1973 Burgess ha tradotto in inglese Edipo Re per il Guthrie Theatre di Minneapolis, Oedipus the King.  Ha lavorato dal testo originario greco consultando soltanto un dizionario Greco/Italiano, a conferma della sua grande dimestichezza con le lingue straniere (parlava e scriveva correttamente oltre dieci lingue).  Confrontando la sua traduzione con una traduzione accademica, emerge subito un fatto innovativo: l’unione delle due Tebe – la Greca e la Egiziana – un sincretismo perfetto tale da coinvolgere  il pubblico che è portato a pensare ad una razza unica, nè greca nè  egiziana, ma indoeuropea.  Burgess accresce questo effetto anche attraverso i cori tradotti nella sua erudita ricostruzione dell’Indeuropeo.  L’effetto è un senso peculiare di antichità, ritorno alle radici,  mischiato però ad un’innovazione linguistica che lo rende moderno oltre ogni contemporaneità
Egli non ha, dunque, tentato di produrre un Edipo classico e tradizionale, ma un’opera che cerca di fondere insieme varie culture, ottenendo così un  risultato, come lui stesso lo ha definito, ‘at least rather moving’.  Le numerose rassegne dell’interpretazione edipica-burgessiana a Minneapolis negli anni 70 e 80, sono una dimostrazione di quanto Burgess sia riuscito nel suo intento.   Maddocks del Time scrisse che il pubblico “have been shaken to the bottom of their atavistic souls by an Oedipus that bleeds and thus lives”
Patrizia Bertelli
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Weird and wacky, and totally essential for an understanding of how the musical mind works, sort of the unintended Jonathan Sacks effect. It is a reminder, whatever your response, of how powerful 17th century Italian composer Girolamo Frescobaldi‘s music has been on musical imagination ever since. This highly imaginative release is dedicated to arrangements of Frescobaldi’s music, each composition bearing the hallmarks of its transcriber’s distinct style. In addition to offerings by Respighi, Harold Bauer and Samuel Feinberg, the disc features Anton Reicha’s 36 Fugues pour le Pianoforte, a work that pays homage to the early-Baroque composer through its use of the composer’s Recercar Chromatico. The same theme also appears in Ligeti’s Omaggio a Girolamo Frescobaldi, a modern interpretation using the twelve-tone scale, and the compilation extends its twentieth-century focus through the inclusion of Bartok. Bartoli has recorded Respighi’s Piano Concerto, Busoni’s immense Fantasia Contrappuntistica and a selection of the Liszt/Busoni arrangements, so you can imagine the flair, relish and virtuosity he brings to his Frescobaldian task.- Laurence VittesThe Frescobaldi Legacy
Respighi, Bauer, Reicha, Feinberg, Bartok, Ligeti
Sandro Ivo Bartoli
Brilliant Classics CD

 Insolito e stravagante, e assolutamente essenziale per comprendere il funzionamento della mente musicale, quasi un effetto involontario di Jonathan Sacks.  Un invito, qualunque possa essere la risposta personale dell’ascoltatore, a ricordare la capacità della musica del compositore italiano del XVII secolo Girolamo Frescobaldi , di colpire l’immaginazione fin dal tempo della sua creazione.  Questa pubblicazione, altamente fantasiosa, è dedicata agli arrangiamenti musicali di Frescobaldi, ciascuna composizione caratterizzata dai tratti distintivi dello stile peculiare  del suo trascrittore.  Oltre ai pezzi eseguiti da Respighi, Harold Bauer e Samuel Feinber, il disco presenta le 36 fughe per pianoforte di Anton Reicha, un lavoro che rende omaggio al compositore del primo barocco per mezzo dell’uso del compositore del Recercar Chromatico.  Lo stesso tema è presente inoltre nell’Omaggio a Girolamo Frescobaldi di Ligeti, un’interpretazione moderna della scala in dodici note;  la compilazione estende l’attenzione al ventesimo secolo includendo anche Bartok. Bartoli ha registrato il Concerto per Piano di Respighi, l’immensa Fantasia Contrappuntistica di Busoni ed una raccolta degli arrangiamenti di Liszt/Busoni.  Potete immaginarvi l’originalità, il gusto ed il virtuosismo che egli porta alla sua esecuzione frescobaldiana.

Traduzione Patrizia Bertelli

http://www.diapasoncd.com/frescobaldi-legacy-bartoli-p-80776.html#.UTQh6NIJb9E.facebook

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 NOTA BIO

 
Sandro Ivo Bartoli
Acclamato dalla stampa tedesca come “uno dei più importanti musicisti usciti dall’Italia negli ultimi trent’anni”, il pianista Sandro Ivo Bartoli è un artista tanto originale quanto la straordinaria vicenda artistica che lo ha portato al prestigio internazionale.
Nato a Pisa nel 1970, ha studiato al Conservatorio di Firenze ed alla Royal Academy of Music di Londra, perfezionandosi poi con il leggendario pianista russo Shura Cherkassky. Nei primi anni Novanta, con l’incoraggiamento di Cherkassky, Bartoli intraprese una frenetica attività concertistica e discografica per riproporre al pubblico il repertorio italiano del primo Novecento. Alla riscoperta dei concerti di Casella, Malipiero, Respighi e Pizzetti, aggiunse, nel 1995, la prima esecuzione moderna negli Stati Uniti della Toccata per pianoforte e orchestra di Ottorino Respighi in uno storico concerto che la PBS incluse nella serie ‘Great Performances’. In Europa, la sua attività lo vide prodursi in concerti, incisioni e trasmissioni radiofoniche, nonché in lezioni e conferenze alle Università di Oxford (St. John’s College) e Londra (King’s College London). Notevoli le collaborazioni con la Radio Nazionale Spagnola, con la quale nel 2004 realizzò una serie di concerti che illustravano la produzione pianistica italiana con opere di Casella, Malipiero, Respighi, Pizzetti, Busoni, e la Sonata di Luciano Berio, scritta appena due anni prima, e con la BBC, per la quale incise concerti di Respighi, Malipiero, Beethoven, Franck e la prima esecuzione assoluta delPaesaggio di Giancarlo Cardini. A coronamento di una ventennale attività, la città di Torino gli conferì il Premio Gina Rosso per l’Eccellenza Artistica, e nel 2008 la sua incisione dei concerti di Gian Francesco Malipiero vinse il Diapason D’Or/Découverte.

Pianista dal piglio vigoroso, attratto dal repertorio virtuosistico tardoromantico e padrone di un suono dalle molteplici sfaccettature timbriche, nel repertorio tradizionale Bartoli ha colto importanti affermazioni con i concerti di Rachmaninov (il Terzo Concerto a Londra, la Rapsodia sopra un tema di Paganini a Manchester), Shostakovitch (il Primo Concerto a Stoccolma), Beethoven (il Quinto Concerto a Nordhausen), Franck (le Variazioni Sinfoniche a Kendall), Chopin (il Secondo Concerto a Nottingham), e Liszt (il Concerto Malédiction a Bad Elster). Recentemente, con le sue esecuzioni del Secondo Concerto di Rachmaninov a Dresda (“una visione lirica incomparabile” – Dresdner Neueste Nachrichten) e della Totentanz di Liszt a Monaco di Baviera (“un’esecuzione meravigliosamente tremenda” – Süddeutsche Zeitung), Bartoli ha sottolineato l’indirizzo spregiudicato e virtuosistico che la sua pianistica ha seguito negli ultimi anni, confermandone la validità con una intensa attività discografica. Dal 2011 Bartoli ha inciso l’integrale delle trascrizioni di Liszt-Busoni, il Concerto in modo misolidio e la Toccata di Ottorino Respighi (con l’Orchestra di Stato della Sassonia e Michele Carulli), le opere pianistiche di Busoni (le Sette Elegie e la monumentale Fantasia contrappuntistica), il Concerto No.1 di Erik Lotichius (con l’Orchestra Sinfonica Accademica di San Pietroburgo e Vladimir Lande), ed un album di trascrizioni da Frescobaldi che ha ottenuto un vasto consenso internazionale. Nel dicembre 2012 la Radio Nazionale Argentina lo ha eletto ‘Artista della Settimana’, presentando una intervista esclusiva assieme ad una selezione della sua discografia.
Musicista eclettico, ha frequentato il teatro curando le musiche di scena de ‘Il libro dell’inquietudine’ di Fernando Pessoa, andato in scena al Festival d’Avignon nell’adattamento di Antonio Tabucchi. È inoltre protagonista di due documentari cinematografici in uscita nel 2013: ‘Malipiero – musica ribelle’ (M. Sebestik, Parigi, 2005-2012), e ‘Mood Indigo’ (G. Besseling, Amsterdam, 2012).
 
archivio - abbiati - abbiati
Imponente e grassoccio, Buck Mulligan stava sbucando dal caposcala con in mano una tazza piena di schiuma, su cui s’incrociavano uno specchio e un rasoio. La sua vestaglia gialla, priva di cintura, era lievemente sollevata sul retro da una dolce arietta mattutina. Tenendo alta la tazza, intonò:
– Introibo ad altare Dei.
Fermatosi, scrutò giú nel buio della scala a chiocciola con un richiamo sguaiato.
– Vieni su, Kinch, disgustoso d’un gesuita.
Avanzò solenne e salí sulla rotonda piattaforma del bastione. Qui fece un giro d’occhi e con gesti compassati benedisse tre volte la torre e la contrada circostante e le montagne al risveglio. Indi, adocchiato Stephen Dedalus, si chinò verso di lui abbozzando alcuni svelti segni della croce nell’aria, borbogliando e scuotendo il capo. Stephen Dedalus, sonnacchioso e tediato, appoggiò le braccia in cima alla scala e squadrò gelidamente la faccia che lo benediceva bofonchiando e ballonzolandogli davanti, faccia lunga da cavallo, con l’intonsa zazzera bionda, tinteggiata d’un pallido color quercia.
Buck Mulligan sbirciò per un attimo sotto lo specchio e coprí la tazza con gesto svelto:
– Presto, tutti in caserma! gridò, severo.
E aggiunse con voce da predica:
– Poiché questa, o miei dilettissimi, è genuina e cristina sostanza, corpo e anima, sangue e liquame e via discorrendo. Musica lenta, prego. Chiudete gli occhi, signore e signori. Un momentino. Un po’ di fastidio con quei corpuscoli bianchi? Fate tutti silenzio.
James Joyce, Ulisse.
Traduzione di Gianni Celati.
***
Nei sette anni della sua gestazione questa nuova traduzione dell’Ulisse è diventata essa stessa una specie di leggenda. Interrotta molte volte per le cause più diverse, Celati l’ha ripresa in mano ogni volta caparbiamente, ricominciata, rifatta, migliorata. Ci sono stati problemi di salute che hanno messo a dura prova Celati e che, in certi momenti, lo hanno fatto disperare di poter portare a termine l’impresa. Ma forse il più alto rischio di interruzione definitiva del lavoro si è avuto quando Celati ha smarrito il suo computer portatile su un treno e lo ha poi inseguito tramite tutti gli uffici delle ferrovie internazionali, senza più riuscire a recuperarlo. Non aveva fatto alcun back-up e con quel computer spariva tutta la prima revisione di circa metà romanzo. Come in un gioco dell’oca, si tornava al punto di partenza, cioè alla prima stesura della traduzione fatta alcuni anni prima. Ma dopo un periodo di sconforto, incoraggiato dalla moglie, dagli amici e dalla casa editrice, Celati tornava al lavoro e ricostruiva pezzo per pezzo le soluzioni smarrite o, in molti casi, ne trovava altre forse migliori. Quasi come Dino Campana dopo che Ardengo Soffici gli aveva perso l’unico manoscritto dei Canti orfici. Inutile dire che adesso Celati ha imparato a salvare tutto quello che scrive e fa back-up anche delle liste della spesa.
Dunque la traduzione di Celati dell’Ulisse è stata più volte annunciata e molto attesa (il domenicale del Sole 24 Ore le ha già dedicato anticipazioni e articoli durante tutta la scorsa estate; Il Foglio ne ha fatto quasi un numero monografico dedicandogli otto pagine in un colpo solo). Ora finalmente il lettore può apprezzare il lavoro che Celati ha dedicato al capolavoro joyciano. Un lavoro eminentemente da scrittore, e non perché quella di Celati sia una traduzione infedele, ma perché rispetto alla pura trasposizione semantica privilegia il flusso sonoro, fondamentale per Joyce nonostante il suo famoso monologo sia “interiore”: l’oralità e addirittura la cantabilità, al di là della trama intellettuale che spesso ha fatto disperare i critici, fanno di questa lingua soprattutto una potente e suggestiva “macchina musicale”. E nessuno poteva rendere questi aspetti dell’Ulisse meglio di Celati, scrittore che proprio sulla musica e i flussi sonori ha composto, come una partitura jazz, tutti i suoi libri più importanti. Dunque la traduzione di Celati si inscrive perfettamente nella antica linea einaudiana di “scrittori tradotti da scrittori”: un’intuizione e una passione editoriale di Giulio Einaudi, che fin dagli anni Trenta si era speso perché dall’incontro di due scrittori e due lingue nascessero dei corto circuiti espressivi che andassero oltre la professionalità della traduzione.
Per il lettore è l’occasione irripetibile di rileggere (o leggere) il capolavoro di Joyce in modo nuovo, assolutamente non punitivo ma divertente e gioioso. Probabilmente come Joyce avrebbe voluto che fosse letto.
Recensione di Mauro Bersani
 

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Manoscritto autografato dell’Ulisse
(sezione II Odissea. episodio 15 Circe)

Old father, old arteficier,

stand me now and ever

in good stead.

(il mio omaggio al XV episodio)

Mezzanotte circa.
Dietro la Custom House, a Dublino, in Mabbot street, c’è la zona dei bordelli. Richiami inequivocabili.
Vertigini di Stephen, che si ferma improvvisamente. Parla. Ma a parlare e’ il suo inconscio. E Joyce così introduce Stephen che parla – “La stanza gli volteggia intorno in senso inverso. Occhi chiusi, traballa. Binari rossi volano via nello spazio. Stelle intorno a soli girano tutte in giro. Zanzarine fulgide danzano sul muro.”
Ed è con la madre che inconsciamente Stephen parla. Con la madre morta. Strano rapporto di Joyce con la madre: per affermare se stesso e il suo laicismo, si era rifiutato di inginocchiarsi e di pregare dinanzi alla madre morente, e la madre morente lo aveva supplicato di inginocchiarsi e pregare per lei.
Un amore, alla fine, sciupato da quel tradimento.
E con l’amore tradito, un lungo senso di colpa: sin dall’inizio dell’ Ulysses, sin dal primo episodio ambientato nella torre di Sandycove.
Mentre Buck Mulligan si rade, Joyce-Stephen guarda il mare e l’immagine dell’acqua del mare si confonde con quella del vomito della madre.
Ma quale la parola per un laico come Stephen?
Fuori dal bordello continua la vita vera – “Bloom libero’ Stephen dalla maggior parte dei trucioli e gli porse cappello e bastone e in genere lo rimise in piedi alla maniera del buon Samaritano”.
Il richiamo alla parabola evangelica ha un suo significato. Mr. Bloom e Stephen si aiutano, entrambi sono disponibili all’incontro: perche’ la loro patria e’ la strada, perche’ non hanno mete, perche’ dell’andar vagando hanno fatto il proprio stile di vita.
Nomadi come il buon Samaritano, che si ferma ad aiutare colui che sta per morire bastonato dai ladri, a differenza del sacerdote e del levita che hanno invece mete precise da raggiungere. Come il buon Samaritano, pronti a dare, non a chiedere. Pieni d’amore e alla ricerca dell’amore. Pieni d’amore, anche senza l’amore degli altri.
Ma che importa?
Posseggono la parola, che li assiste nella vita, che gli consente di frequentare il bordello di Bella Cohen, di trasformarsi in porci e poi di riacquistare sembianze umane lasciando che l’inconscio ricordi o rimuova l’amore desiderato.
E però, forse per questo, un amore senza fine, che non ha oggetto su cui appuntarsi. E consumarsi.

[14.01.2012]

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 L’edizione  del 1935 illustrata da Henri Matisse

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The history of the Balkans may well be confusing,
yet there is something which has risen from the South
What I mean is that there exists a Mediterranean culture.
Greece is the Balkans, but the Mediterranean as well,
and as much (sic) inherits from both of these […]
which the Italians, the Spanish, the French also inherit [. . .]
And in this or that way, whether or not
because our blood mingled with theirs,
it circulates as a cultural memory[ . . .]

Théo Angelopoulos (“Rigas Feraios’ Map” 17)

E’ stato senza dubbio il maggiore e più noto a livello internazionale tra gli autori greci, un regista-poeta in equilibrio tra politica e mito, cultura marxista ed epica. Classe 1935, si laurea in Legge ad Atene per poi trasferirsi a Parigi. Scopo: approfondire gli studi di critica cinematografica. Tornato in patria, in seguito all’avvento della dittatura dei colonnelli si rifugia di nuovo nella capitale francese per fare il cineasta. Nel 1970 esce Ricostruzione di un delitto, thriller metafisico e raggelato che contiene in nuce già tutti gli elementi della sua poetica: la narrazione straniata, una lentezza che si concretizza nel ricorso al piano sequenza (un modo di girare senza stacchi, attraverso lunghe scene che evocano una narrazione non cronologica del tempo, inteso in joyciano fluire); e, ancora, le citazioni teatrali che rimandano all’attualità e alla situazione politica del Paese. In Italia lo consacrano i grandi festival come Venezia e una serie di opere da Il volo (con Marcello Mastroianni) a Lo sguardo di Ulisse (pensato per Gian Maria Volontè, che morì poco prima delle riprese, sostituito da Harvey Keitel), fino a L’eternità e un giorno, protagonista Bruno Ganz, premiato con la Palma d’oro a Cannes nel 1998. L’ultimo lavoro del regista-poeta è La polvere del tempo, presentato alla Berlinale nel 2009. E ne conferma la straordinaria sensibilità visiva e soprattutto l’attenzione del paesaggio, che è quello rurale e aspro della Grecia continentale e isolana. L’Egeo, piccolo ma turbolento, è stato teatro di grandi battaglie navali. Nella finzione dello schermo, ma non sempre nella geografia dei luoghi scelti per girare, il territorio greco è stato spesso evocato. Non solo nel peplum (film in costume ellenico), ma anche nel cinema d’autore. Gli esempi più illustri sono Edipo Re (1967) e Medea (1970) di Pasolini. Senza dimenticare Woody Allen, che in La dea dell’amore (1995) introduce un coro da tragedia e commento dell’azione.
Quando gli chiedevano perché facesse film, Angelopoulos rispondeva citando Borges: Per me, per i miei amici e per ammorbidire il passaggio del tempo.
Circa un anno fa, mentre si dirigeva sulle scene del suo nuovo film (presso il porto del Pireo), il regista-poeta è stato colpito da una moto e ferito a morte.
Ed ancora una volta l’ Egeo diventa il grande protagonista e testimone infinito del suo tempo senza fine, superando, stavolta, quel filo sottile e morbido che, improvvisamente, lo ha catapultato oltre.

Ricordando Georgios Seferis:

Abbiamo superato il mare
che ci porta a un altro mare

Theo Angelopoulos 2009

Theo Angelopoulos 2009 (Photo credit: George Laoutaris)

Notturno fiorentino, Ph Bernardo Ricci Armani

Solo un poeta poteva parlare di arte come se fosse un essere umano, attribuendogli calore e, direi quasi, sentimenti. Leggendo quest’opera accompagniamo Rainer Maria Rilke nelle sue passeggiate tra i monumenti di Firenze, ci fermiamo quando si ferma lui, ci emozioniamo quando si emoziona lui. L’uso potente della metafora, che il poeta, nonostante la giovane età, già sa sfruttare nelle descrizioni di palazzi e quadri, riesce quasi a farci respirare l’aria che stava respirando lui.

Siamo nel 1898 e Rilke, poco più che ventenne, scrive questo diario di viaggio per dedicarlo ad Andrea Lou-Salomé, la donna di cui era innamorato e a cui voleva dimostrare la propria evoluzione artistica: rapporto impari, considerando che la Salomé, più anziana di lui di quattordici anni, e all’epoca è già ritenuta un’esponente di spicco della cultura europea. Rilke se ne innamora, e al ritorno da questo viaggio in Italia vuole dimostrarle quanto è maturato e reso più degno di lei facendole leggere il diario. Il divario tra le due personalità, dal punto di vista artistico e culturale, secondo Rilke comunque non si colma:

“per lontano che possa andare, tu sei sempre davanti a me. Le mie battaglie sono per te da tempo diventate vittorie”

Ad ogni modo Diario fiorentino mostra la concezione del poeta sull’arte, vista come “cammino verso la libertà”, come unico mezzo lecito per aumentare davvero la propria Cultura, con la “C” maiuscola, quella che coinvolge l’uomo in tutti i suoi aspetti, non solo nozionistici, ma anche più strettamente umani. Un vero e proprio “travaglio” d’artista che cerca se stesso.
Un diario che fonde l’interiorità di chi lo scrive con l’ambiente che lo circonda, ma che non perde mai di vista la lettrice destinataria di queste riflessioni, quasi una dea a cui ci si rivolge non solo per indirizzarle preghiere, ma anche per renderla partecipe dei propri moti interiori. Salomè, in quanto donna, è vista dal poeta come una creatura privilegiata rispetto all’artista in generale perché nella maternità può trovare se stessa nell’atto supremo della creazione: non più opere letterarie, ma esseri umani. Singolare, visto che Lou non sarà mai madre. [Recensione dal web]