Archive for the ‘Riflessioni’ Category

filippo

Si parla tanto del linguaggio populista di questi tempi – giustamente – e se ne temono il tono brutale ed i comportamenti violenti che ne potrebbero derivare; ma stentano taluni a riconoscerli altrove quegli stessi toni, quelle stesse psichiche movenze, quello stesso gratuito disprezzo per un parlare conciliante e propositivo, civile. Stentano addirittura a riconoscerlo in se stessi, il che la dice lunga sulla coerenza posseduta quando si tratta di agirla invece che chiacchierarla. E così ci è dato anche di assistere ad un pullulare, qua e là su web, di esternazioni infiorate da pregiudizi quando non da semplici insulti, insolenze, da gratuita violenza, e finanche dalla cruda certezza che la superiorità morale delle proprie idee sia talmente ovvia da non concedere (e non concedersi) il lusso di alcun ragionamento che la supporti. Il dubbio che tanta aggressività voglia nascondere un pauroso vuoto, di pensiero e di moralità, è forte; insieme all’impressione che siffatta irruenza cresca in misura inversa alla nostra incapacità di fornire spiegazioni plausibili della realtà, ed insieme alla certezza che tutto ciò che vogliamo combattere fuori di noi dovremmo prima – come ci ricorda Sciascia – combatterlo dentro di noi. Mi viene in mente, a proposito di questo inconsulto conformismo, di questo populismo che pretenderebbe di combattere altro populismo, di questa disposizione a individuare nemici più che interlocutori, un film sceneggiato da Oliver Stone, Fuga di mezzanotte, nel quale i detenuti in un manicomio di Istanbul, una massa di persone labili di mente o tali ritenute, o tali diventate, costrette a soggiornare nelle grotte avevano preso a girovagare gran parte del giorno attorno ad una colonna, in senso orario, meccanicamente, inopinatamente. E quando un giorno il protagonista, un detenuto americano tutt’altro che folle, si decise a girare in senso antiorario suscitando lo sconcerto di tutti, gli fu fornita la spiegazione: “sinistra cattiva, destra buona!”. Come se quei poveri coatti avessero introiettato non solo l’assurdità della loro disumana condizione di prigionieri, ma sinanche la prospettiva “politica” dei loro carnefici, del governo, la perversione pseudo-ideologica del sistema. Bene, anzi male; non vorrei che il popolo italiano continuasse ad adattarsi supinamente allo stallo perpetuo della sua classe dirigente, e che si facesse carico – girando a destra o a sinistra – dell’inamovibilità, dell’ineluttabilità e della frustrazione delle categorie ideologiche del sistema di cui è vittima. La ragione dovrebbe soccorrerci, e sbarrare il passo alle pericolose disragioni che incombono da ogni parte e che il “sistema” politico, che è prima ancora un “sistema culturale”, continuamente propone alimentando un crescente odio sociale. In tale prospettiva sarebbe dunque d’uopo, nel parlare, nello scrivere, da uomini liberi, utilizzare l’opportuno lessico, che si sforzi di perseguire l’intellegibilità ed il confronto, e che non indulga ad attacchi individuali o universali di sorta o contempli vendicativi propositi verso l’universo mondo, ché la frustrazione personale è sempre cattiva consigliera, e finisce per raggrumare intorno a noi la scorza impenetrabile dell’intolleranza. Fiduciosi, come siamo, che il comprendere sia ancora conquista migliore e più salda dell’inculcare, e del pretendere. Quanto poi alla proprietà transitiva per la quale almeno due terzi dell’elettorato italiano, quello che non la pensa come noi, avrebbe le stesse caratteristiche morali, ontologiche dei capi di riferimento, ahimé tutt’altro che modelli esemplari, (tentazione che vellica implicitamente più di un’esternazione sulla bocca di molti) e che per ciò stesso andrebbe classificato come un fardello laido e inutile di cui fare a meno per poter far sì che finalmente goverino gli “illuminati”, la cosa si commenta da sola: come destituita di ogni logica che rientri nella civiltà democratica e nel pensiero liberale. Malanno di cui soffre endemicamente il nostro disgraziato Paese, col suo eterno fascismo sotto mentite (e sovente rassicuranti) spoglie.
Filippo Martorana

(…) Nell’addormentarsi, Zarathustra parlo’ cosi’ al suo cuore:


Silenzio! Silenzo!  Non e’ diventato perfetto il mondo proprio ora?  Che mi succede?
Come un vento leggero, non visto, danza sul mare liscio come una tavola, lieve lieve al pari di una piuma: cosi’ – il sonno danza su di me.
Non mi chiude l’occhio, mi lascia l’anima desta.  Esso e’ lieve , davvero! al pari di una piuma.
Mi persuade, non so come, mi sfiora agile e penetrante con mano carezzevole, mi forza.  Si, mi forza a far si che la mia anima si distenda: –
– come mi diventa lunga e stanca, la mia anima strana!  Forse le e’ giunta la sera di un settimo giorno proprio a mezzogiorno?  Ha gia’ camminato troppo a lungo beata tra cose buone e mature?
Si stende tutta per lungo, lungo – piu’ lungo! giace quieta, la mia anima strana.  Troppe cose buone ha gia’ gustato, la opprime questa dorata tristezza, essa storce la bocca.
– Come una nave, che sia entrata nella sua baia piu’ quieta: – ora si appoggia alla terra, stanca dei lunghi viaggi e dei mari insicuri.  Non e’ piu’ fedele alla terra?
Quando una tale nave si appoggia alla terra, si adagia: – basta allora che un ragno da terra tessa il suo filo facendolo arrivare fino a lei.  Allora non c’e’ bisogno di cavi piu’ robusti.
Come una tal nave stanca nella baia piu’ quieta: cosi’ anch’io ora riposo vicino alla terra, fedele, fiducioso, vigile, a lei legato dal piu’ tenue dei fili.
Felicita’! Felicita’!  Vuoi cantare, vero, anima mia?  Tu giaci nell’erba.  Ma questa e’ la segreta ora solenne, in cui nessun pastore suona il suo flauto.
Abbi riguardo!  Il mezzogiorno ardente dorme sui campi.  Non cantare! Silenzio!  Il mondo e’ perfetto.
Non cantare, creatura alata che stai immersa nell’erba, anima mia!  Non bisbigliare neppure! Guarda –  in silenzio!  il vecchio mezzogiorno dorme, muove la bocca: non beve proprio ora una goccia di felicita’ –
– una vecchia bruna goccia di dorata felicita’, di vino dorato?  Qualcosa scivola leggermente sopra di lui, ride la sua felicita’.  Cosi’ – ride un dio.  Silenzio!
– “Alla felicita’, quanto poco gia’ basta alla felicita’!”  Cosi’ dissi una volta e mi sembro’ di essere avveduto.  Ma era una bestemmia:  questo ho imparato ora.  Folli avveduti parlano meglio. 
Proprio cio’ che e’ pochissimo, finissimo, lievissimo, un frusciare di lucertola, un fiato, un guizzo, un batter d’occhi – il poco fa la specie della migliore felicita’.  Silenzio!
– Cosa mi e’ accaduto: ascolta!  E’ proprio volato via il tempo?  Non sto forse cadendo?  Non sono caduto – ascolta!  nel pozzo dell’eternita’?
– Cosa mi accade? Silenzio! Qualcosa mi punge – ahime’ – nel cuore?  Nel cuore!  Spezzati, spezzati, cuore dopo una tale felicita’, dopo una tale puntura! (…)

Cosi’ parlo’ Zarathustra e si levo’ dal suo giaciglio vicino all’albero come da un’ebbrezza strana: ed ecco, il sole stava ancora proprio sopra la sua testa.  Da che si potrebbe a buon diritto dedurre che Zarathustra non avesse dormito a lungo.

Nietzsche, da Cosi’ parlo’ Zarathustra, traduzione Maria Francesca Occhipinti, Oscar Mondadori

Ph Giulia Bortolini, Here comes the sun








da Il gioco dell’angelo

Posted: July 12, 2012 in Riflessioni

Inferno, Canto settimo,  illustrazione di Paul Gustave Doré

L’invidia è la religione dei medioci. Li consola, risponde alle inquietudini che li divorano e, in ultima istanza, imputridisce le loro anime e consente di giustificare la loro grettezza e la loro avidità fino a credere che siano virtù e che le porte del cielo si spalancheranno solo per gli infelici come loro, che attraversano la vita senza lasciare altra traccia se non i loro sleali tentativi di sminuire gli altri e di escludere, e se possibile distruggere, chi, per il semplice fatto di esistere e di essere ciò che è, mette in risalto la loro povertà di spirito, di mente e di fegato.

Essa genera insensibilità di cuore, inquietudine nel possesso, ingratitudine,  frode e altri soprusi.

Carlos Ruiz Zafón, Il gioco dell’angelo