Archive for October, 2012

parole a colori

Posted: October 27, 2012 in Fotografia, Schegge del pensiero

Burano


oggi parlerò del sole|  |dei venti|dei cuori a primavera| dell’amore se c’è se è| della luce| del colore| del mare|delle libellule| dei sorrisi insaponati e delle facce impolverate|parlerò per non tacere| parlerò per ascoltare|parlerò until  my heart is content|e sognerò finché vorrò| perché è di sole e luce che mi nutro|PB

      
 

ottobre

Posted: October 25, 2012 in Arte, Poesia

Nicolas de Stael. Landscape. 1951


Sono più miti le mattine
E più scure diventano le noci
E le bacche hanno un viso più rotondo,
La rosa non è più nella città.
L’acero indossa una sciarpa più gaia,
E la campagna una gonna scarlatta.
Ed anch’io, per non essere antiquata,
Mi metterò un gioiello.

Emily Dickinson


|Francesca|

Posted: October 23, 2012 in Fotografia, Poesia, Video

Io vorrei che le mie fotografie potessero ricondensare l’esperienza in piccole immagini complete, nelle quali tutto il mistero della paura o comunque ciò che rimane latente agli occhi dell’osservatore uscisse, come se derivasse dalla sua propria esperienza.

Francesca Woodman




ORFEO. EURIDICE. HERMES

Posted: October 22, 2012 in Arte, Mitologia, Poesia
Rubens, Orfeo e Euridice


Era la strana miniera delle anime.
Simili a silenziose vene d’argento
ne penetravano la tenebra. Tra radici
scaturiva il sangue che sale verso gli uomini
e greve come porfido appariva nella tenebra.
Nient’altro era rosso.

C’erano rocce
e boschi inanimati. Ponti sopra il vuoto
e quello sconfinato e grigio stagno
cieco che pendeva sul suo fondo lontano
come cielo di pioggia su un paesaggio.
Tra i prati, placida e colma di indulgenza,
biancheggiava pallida la striscia di un unico
sentiero, stesa nella sua lunga incertezza.

Venivano per quest’unico sentiero.

Avanti agile l’uomo col mantello azzurro,
muto e impaziente, gli occhi dinanzi a sé.
Senza masticarlo, il suo passo divorava
il sentiero a grandi morsi, le sue mani
chiuse pendevano grevi dalle pieghe
della veste, ignare ormai della lieve
lira ch’era sbocciata alla sua sinistra
come cespo di rose tra i rami d’olivo.
E i suoi sensi erano come lacerati:
lo sguardo correva innanzi come un cane,
si volgeva e gli era accosto, poi di nuovo
lontano, per fermarsi in attesa alla prima svolta –
come un odore l’udito gli restava alle spalle.
A tratti gli pareva di sentir giungere
il passo degli altri due che dovevano
seguirlo in salita lungo lo stesso sentiero.
Poi dietro a sé solo l’eco dell’ascesa,
e il suo mantello sollevato dal vento.
Si diceva – verranno; e lo diceva ad alta voce,
e subito udiva il suono smorzarsi.
Eppure venivano, due nel terribile silenzio
di un lento andare. Se avesse potuto volgersi
anche solo una volta (se guardare indietro
non fosse già la rovina dell’impresa
ancor prima di compierla) li avrebbe visti
in un leggero attardarsi senza parole:

Il dio dei passaggi e del messaggio
lontano, l’elmo sugli occhi chiari,
l’agile bastone proteso in avanti,
e alle caviglie il battito d’ali;
e affidata alla sua mano sinistra: lei.

Lei così tanto amata da trarre più lamento
da una sola lira che da donne in lutto;
da fare mondo dal lamento, dove tutto
era ancora una volta: bosco e valle,
sentiero e villaggio, campo e fiume e animale;
e intorno a questo mondo lamento,
come intorno all’altra terra, roteavano
un sole e un cielo silenzioso d’astri,
un cielo lamento dalle stelle sfigurate:
Lei così tanto amata.

Ma veniva per mano al dio, il passo
costretto dalle lunghe bende funebri,
incerta, docile e senza impazienza.
Era in sé, come una più alta speranza,
dimentica dell’uomo che la precedeva,
come del sentiero che risaliva alla vita.
Era in sé. E il suo essere morta
la ingravidava come pienezza.
Simile a un dolce frutto di tenebra,
era così piena della sua grande morte,
tanto nuova che niente comprendeva.

Era in una nuova adolescenza,
e intoccabile; il suo sesso era chiuso
come un giovane fiore prima di sera,
e le sue mani tanto disavvezze
alle nozze che persino l’impercettibile
sfiorarla di quel contatto divino
la feriva per troppa intimità.

Non era già più la donna bionda
evocata talvolta nei canti del poeta,
né più profumo e isola dell’ampio letto
né più proprietà di quell’uomo.

Era già sciolta come lunga capigliatura,
sparsa come pioggia che cade,
come provvista infinitamente ripartita.

Era già radice.

E quando all’improvviso il dio
la trattenne, pronunciando con voce
dolente le parole: “si è voltato” –,
non comprese e disse piano: “chi?”.

Ma lontano, come tenebra sulla soglia
chiara,  stava qualcuno irriconoscibile
in viso. Stava e guardava, lungo la striscia
di un cammino erboso, il dio del messaggio
con occhi colmi di tristezza volgersi
in silenzio a seguir la figura di lei che
già tornava per quel sentiero, il passo
costretto dalle lunghe bende funebri,
incerta, docile e senza impazienza.


Rainer Maria Rilke, Orfeo. Euridice. Hermes


                                                                                                   
                                                                                                             

il sole ha il colore del tuo sguardo

sorrisi negli occhi

cuore che balla

ad ogni curva del tuo nome

il tuo splendore e’ la mia filosofia

[come quando bambina correvi e mi cercavi

danza tra i colori]  PB

28.VII.2012

 



Qui —> Architetture imperfette del pensiero <—
le mie fluidità interiori
@                             

ode all’ego

Posted: October 12, 2012 in Fotografia, Schegge di riflessione


Mi hai inventata materia
                          corpo 
sostanza inquinante  
      da smaltire
Demolendo neuroni
                         flussi ematici 
ossigeno
                     col tuo convulso 
e ristretto  
                          Ego

Ma so rigenerarmi 
          perché_________mi nutro 
mi disseto | CombattoCadoMiRialzo |
  del mio
                        IO

                                               [PB]