Archive for the ‘Teatro’ Category

 

Come è ben noto, il mito di Edipo ispirò  a Sofocle le tragedie Edipo Re e Edipo a Colono, nelle quali rappresenta i grandi temi della vita umana, individuale e sociale.  Edipo ha conosciuto nei secoli una fortuna che va al di là dei motivi puramente letterari, dalla musica al cinema all’arte ed è diventata anche una delle chiavi  freudiane della scoperta delle forze inconscie della psiche.  Tra le opere musicali ispirate alla tragedia di Sofocle, la più significativa  è forse Oedipus Rex di Stravinskij.  Nel 1973 Burgess ha tradotto in inglese Edipo Re per il Guthrie Theatre di Minneapolis, Oedipus the King.  Ha lavorato dal testo originario greco consultando soltanto un dizionario Greco/Italiano, a conferma della sua grande dimestichezza con le lingue straniere (parlava e scriveva correttamente oltre dieci lingue).  Confrontando la sua traduzione con una traduzione accademica, emerge subito un fatto innovativo: l’unione delle due Tebe – la Greca e la Egiziana – un sincretismo perfetto tale da coinvolgere  il pubblico che è portato a pensare ad una razza unica, nè greca nè  egiziana, ma indoeuropea.  Burgess accresce questo effetto anche attraverso i cori tradotti nella sua erudita ricostruzione dell’Indeuropeo.  L’effetto è un senso peculiare di antichità, ritorno alle radici,  mischiato però ad un’innovazione linguistica che lo rende moderno oltre ogni contemporaneità
Egli non ha, dunque, tentato di produrre un Edipo classico e tradizionale, ma un’opera che cerca di fondere insieme varie culture, ottenendo così un  risultato, come lui stesso lo ha definito, ‘at least rather moving’.  Le numerose rassegne dell’interpretazione edipica-burgessiana a Minneapolis negli anni 70 e 80, sono una dimostrazione di quanto Burgess sia riuscito nel suo intento.   Maddocks del Time scrisse che il pubblico “have been shaken to the bottom of their atavistic souls by an Oedipus that bleeds and thus lives”
Patrizia Bertelli
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Monologo per Cassandra

Stasera a Teatro ho assistito alla trasposizione del mito in chiave moderna. La storia della profetessa inascoltata, Cassandra, figlia di Priamo. Ottima performance del corpo di danza, intensi i movimenti dei corpi espressione del loro sentire, il pulsare degli atti. E poi lei, Cassandra, chiusa, ferita, inascoltata. Per un attimo mi sono vestita dei suoi colori-non-colori… il nero, il buio, l’oblio.
Il Dono. Dono nel quale Cassandra presagisce un pericolo ma rimane inascoltata. Da lì il lungo sonno. La rinuncia. La profezia. La morte dell’agape.
Il Tempo. Il tempo le darà ragione.

Superlativa l’ interpretazione poetica della Szymborska nel suo Monologo per Cassandra

Sono io, Cassandra
e questa è la mia città sotto le ceneri.
E questi i miei nastri e la verga di profeta.
E questa la mia testa piena di dubbi.

E’ vero, sto trionfando.
I miei giusti presagi hanno acceso il cielo.
Solamente e profeti inascoltati
godono di simili viste.
Solo quelli partiti con il piede sbagliato,
e tutto poté compiersi tanto in fretta
come se mai fossero esistiti.

Ora rammento con chiarezza:
la gente al vedermi si fermava a metà.
Le risate morivano.
Le mani si scioglievano.
I bambini correvano dalle madri.
Non conoscevo neppure i loro effimeri nomi.
E quella canzoncina sulla foglia verde –
nessuno la finiva in mia presenza.

Li amavo.
Ma dall’alto.
Da sopra la vita.
Dal futuro. Dove è sempre vuoto
e nulla è più facile che vedere la morte.
Mi spiace che la mia voce fosse dura.
Guardatevi dall’alto delle stelle – gridavo –
guardatevi dall’alto delle stelle.
Sentivano e abbassavano gli occhi.

Vivevano nella vita.
Permeati da un grande vento.
Con sorti già decise.

Fin dalla nascita in corpi da commiato.
Ma c’era in loro un’umida speranza.
una fiammella nutrita del proprio luccichio.
Loro sapevano cos’è davvero un istante,
oh, almeno uno, uno qualunque
prima di –

E’ andata come dicevo io.
Solo che non ne viene nulla.
E questa è la mia veste bruciacchiata.
E questo il mio ciarpame di profeta.
E questo il mio viso stravolto.
Un viso che non sapeva di poter esser bello.

Wislawa Szymborska

pensando a Van Gogh

Posted: September 26, 2012 in Arte, mio scatto, Scuola, Teatro
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La stanza” di Van Gogh ad Arles, riprodotta su carta con pastelli ad olio, Victoria, 14 anni

Ti rendi conto che il filo e’ labile, che l’equilibrio e’ fragile, che niente e nessuno potra’ mai darti la garanzia che cio’ che senti non sia una tua creazione.
E, soprattutto, quanto e’ spiazzante pensare che la pazzia puo’ essere tremendamente lucida, credibile, affidabile. Combattere contro se stessi, detestare i propri pensieri, temere cio’ che possono ordinare. La guerra contro i pensieri.

[Stefano Massini, da L’odore assordante del bianco]

…ed anche un omaggio ai giovanissimi attori della compagnia teatrale ATTIESSE ONLUS, ottimi interpreti de “L’odore assordante del bianco”


 
Stasera a teatro ho assistito alla trasposizione in chiave moderna del mito. La storia della profetessa inascoltata, Cassandra, figlia di Priamo. Ottima performance del corpo di danza, intensi i movimenti dei corpi espressione del loro sentire, il pulsare degli atti. E poi lei, Cassandra, chiusa, ferita, inascoltata.  Vestita dei suoi colori-non-colori… il nero, il buio, l’oblio.

Il Dono. Dono nel quale Cassandra presagisce un pericolo ma rimane inascoltata. Da lì il lungo sonno. La rinuncia. La profezia. La morte dell’amore.

Il Tempo.  Il tempo le darà ragione.

Superlativa l’ interpretazione poetica della Szymborska nel suo Monologo per Cassandra

Sono io, Cassandra
e questa è la mia città sotto le ceneri.
E questi i miei nastri e la verga di profeta.
E questa la mia testa piena di dubbi.

E’ vero, sto trionfando.
I miei giusti presagi hanno acceso il cielo.
Solamente e profeti inascoltati
godono di simili viste.
Solo quelli partiti con il piede sbagliato,
e tutto poté compiersi tanto in fretta
come se mai fossero esistiti.

Ora rammento con chiarezza:
la gente al vedermi si fermava a metà.
Le risate morivano.
Le mani si scioglievano.
I bambini correvano dalle madri.
Non conoscevo neppure i loro effimeri nomi.
E quella canzoncina sulla foglia verde –
nessuno la finiva in mia presenza.

Li amavo.
Ma dall’alto.
Da sopra la vita.
Dal futuro. Dove è sempre vuoto
e nulla è più facile che vedere la morte.
Mi spiace che la mia voce fosse dura.
Guardatevi dall’alto delle stelle – gridavo –
guardatevi dall’alto delle stelle.
Sentivano e abbassavano gli occhi.

Vivevano nella vita.
Permeati da un grande vento.
Con sorti già decise.

Fin dalla nascita in corpi da commiato.
Ma c’era in loro un’umida speranza.
una fiammella nutrita del proprio luccichio.
Loro sapevano cos’è davvero un istante,
oh, almeno uno, uno qualunque
prima di –

E’ andata come dicevo io.
Solo che non ne viene nulla.
E questa è la mia veste bruciacchiata.
E questo il mio ciarpame di profeta.
E questo il mio viso stravolto.
Un viso che non sapeva di poter esser bello.

Wislawa Szymborska