Contro la tristezza dal Manifesto della Rete di Resistenza Alternativa

Posted: October 10, 2011 in Manifesto

Contro la tristezza
Alcune realtà autogestite europee e latino-americane lanciano un “Manifesto della Rete di Resistenza Alternativa”. Eccone ampi stralci.

1. Resistere è creare

A differenza di molti gruppi e movimenti contestatari o alternativi che spesso adottano una posizione difensiva, noi sosteniamo che la vera resistenza passa dalla creazione, qui e subito, di relazioni e di forme alternative da parte dei collettivi, dei gruppi e delle persone che, attraverso pratiche concrete e una militanza che coinvolge l’esistenza, sappiano andare oltre il capitalismo e la reazione.

Sul piano internazionale stiamo assistendo ai prodromi di una controffensiva, che segue un lungo periodo di incertezze, di arretramento e di distruzione delle forze alternative. Questo arretramento è stato in gran parte favorito dalla logica neoliberale e capitalista che punta a distruggere quello che si era costruito in un secolo e mezzo di lotte rivoluzionarie. Da quel momento resistere significa creare le nuove forme, le nuove ipotesi teoriche e pratiche che siano all’altezza della sfida attuale.

2. Resistere alla tristezza

Viviamo in un’epoca profondamente segnata dalla tristezza, non solo la tristezza delle lacrime, ma soprattutto quella dell’impotenza. Gli uomini e le donne della nostra epoca vivono nella certezza che la vita sia tale che l’unica cosa che possiamo fare, per non peggiorare le cose, sia di sottometterci alla disciplina dell’economicismo, dell’interesse e dell’egoismo. La tristezza sociale e personale ci induce a pensare di non disporre più dei mezzi per vivere un’esistenza autentica e perciò ci assoggettiamo all’ordine e alla disciplina della sopravvivenza. Il tiranno ha bisogno della tristezza, perché così ognuno di noi si isola nel suo piccolo mondo, virtuale e inquietante, proprio come gli uomini tristi hanno bisogno del tiranno per giustificare la propria tristezza.

Noi pensiamo che il primo passo contro la tristezza (che la forma sotto la quale il capitalismo esiste nelle nostre esistenze) sia la creazione, in forme molteplici, di legami concreti di solidarietà. Rompere l’isolamento, creare queste forme di solidarietà è l’inizio di un impegno, di una militanza che funziona non più “contro”, ma “per” la vita, la gioia, attraverso la liberazione della potenza.

3. La resistenza è molteplicità

La lotta contro il capitalismo, che non è riducibile alla lotta contro il neoliberalismo, implica pratiche nella molteplicità. Il capitalismo si è inventato un mondo unico e monodimensionale, che però non è dato “in sé”. Perché esista ha bisogno della nostra sottomissione e del nostro consenso. Questo mondo unificato è un mondo fatto merce, che si oppone alla molteplicità dell’esistenza, alle infinite dimensioni del desiderio, della fantasia e della creazione. E che si oppone, fondamentalmente, alla giustizia.

Per questo noi riteniamo che qualunque lotta contro il capitalismo che pretenda di essere globale e totalizzante rimanga ingabbiata nella struttura stessa del capitalismo che è, appunto, la globalità. La resistenza deve partire e dispiegarsi nelle molteplicità, ma in nessuno caso seguendo una struttura o una direzione globalizzante e accentratrice delle lotte.

Una rete di resistenza che rispetti la molteplicità è un cerchio che paradossalmente ha il centro in ogni sua parte. Possiamo accostare questa immagine a quella del rizoma di Gilles Deleuze: “In un rizoma si entra da qualunque parte, ciascun punto si connette con qualsiasi altro, esso è composto di direzioni mobili, senza fuori e senza fine, solo un dentro dal quale cresce e deborda, senza mai dipendere o derivare da un’unità; senza soggetto né oggetto.”

4. Resistere non è desiderare il potere

Centocinquant’anni di rivoluzioni e di lotte ci hanno insegnato che, contrariamente alla visione classica, il luogo del potere, i centri di potere, sono anche il luoghi di scarsa forza, cioè dell’impotenza. Il potere si occupa della gestione e non ha la possibilità di modificare dall’alto la struttura sociale se non lo consente la forza dei legami reali alla base. La forza, così, è sempre separata dal potere. Per questo noi distinguiamo tra quello che avviene “in alto” e quello che avviene “in basso”.

Perciò la resistenza alternativa sarà tanto più forte quanto più saprà uscire dalla gabbia dell’attesa: da quel meccanismo classico che rimanda invariabilmente a un “domani”, a un poi, il momento della liberazione. I “padroni della libertà” ci chiedono obbedienza oggi in nome di una liberazione che vedremo domani, ma domani resta sempre domani, in altri termini, il domani (quello dell’attesa, del perpetuo rinvio, il domani dell’indomani che cantano) non esiste. Per questo suggeriamo a questi padroni della libertà (commissari politici, dirigenti e altri militanti tristi): la liberazione qui e subito e l’obbedienza… domani.

5. Resistere alla serializzazione

Il potere conserva e fa crescere la tristezza facendo leva sull’ideologia e sull’insicurezza. Il capitalismo non può esistere senza serializzare, separare, dividere. La separazione vince quando, a poco a poco, le persone, i popoli, le nazioni vivono nell’ossessione dell’insicurezza. Non c’è niente di più facile da disciplinare di un popolo di pecore, tutte convinte di essere lupi per le altre. L’insicurezza e la violenza sono reali, ma solo in quanto le ammettiamo, ove accettiamo quell’illusione ideologica che ci fa credere che ognuno di noi sia un individuo isolato dal resto e dagli altri. L’uomo triste vive come se fosse stato spinto in mezzo al palcoscenico dove gli altri non sono che comparse. La natura, gli animali, il mondo, sarebbero “beni di consumo” o ognuno di noi il protagonista, centrale e unico, delle nostre esistenze. Ma l’individuo non è che una finzione, un’etichetta. La persona, invece, è ognuno di noi in quanto accettiamo la nostra appartenenza a quel tutto sostanziale che è il mondo.

Si tratta quindi di rifiutare le etichette sociali della professione, della nazionalità, dello stato civile, la ripartizione tra disoccupati, lavoratori, handicappati, dietro alle quali il potere cerca di uniformare e di schiacciare quella molteplicità che ognuno di noi è. Noi siamo, infatti, molteplicità frammiste e legate ad altre molteplicità. Per questo il legame sociale non è qualcosa che si debba costruire, quanto una cosa da assumere. Le etichette, gli individui, vivono e rafforzano il mondo virtuale ricevendo notizie della propria esistenza dallo schermo della televisione. La resistenza alternativa è quella che fa esistere il reale degli uomini, delle donne, della natura. Gli individui sono tristi sedentari ingabbiati nelle etichette e nei ruoli; l’alternativa impone di far proprio un nomadismo libertario (…).

6. Resistenza e politica della libertà

La politica, nel suo significato più profondo, è legata alle pratiche di emancipazione, alle idee e alle immagini di felicità che da queste derivano. La politica è la fedeltà a una ricerca attiva della libertà. A questa concezione della politica si contrappone quella della “politica” come gestione dell’esistente così come appare. Ma questa, che noi chiamiamo gestione, pretende di essere tutta la politica gerarchizza le priorità limitando, frenando e istituzionalizzando le energie vitali che la travalicano. Ma la gestione non è che un momento, una funzione, un aspetto.

La gestione è rappresentazione e in quanto tale, non è che una parte del movimento reale. Il quale non ha bisogno della rappresentazione per esistere, mentre questa tende a limitare la forza della presenza. La politica rivoluzionaria è quella che persegue in ogni istante la libertà, non in quanto sostanzialmente associata agli uomini e alle istituzioni, ma come divenire permanente che non vuole soffermarsi, fondersi, “incarnarsi” o istituzionalizzarsi. La ricerca della libertà è legata alla struttura del movimento reale, della critica pratica, della costante messa in discussione e dello sviluppo illimitato della vita. In questo senso, la politica rivoluzionaria non è il contrario della gestione, che come parte del tutto, è parte della politica. Invece la gestione, in quanto tende a essere il tutto della politica, rappresenta appunto il meccanismo della virtualizzazione, quello che ci fa affondare nell’impotenza.

La politica in quanto tale è l’armonia della molteplicità dell’esistenza in lotta costante con i suoi stessi limiti. La libertà è il dispiegamento delle sue capacità e della sua forza: la gestione non è che un momento limitato e circoscritto, quello della rappresentazione di questo dispiegamento.

7. Resistenza e controcultura

Resistere significa creare e sviluppare contropoteri e controculture. La creazione artistica non è un lusso, ma una necessità vitale che è tuttavia negata alla maggioranza. Nella società della tristezza, l’arte è stata separata dalla vita e addirittura viene sempre più separata da se stessa, così com’è posseduta e infettata dai valori mercantili. È per questo che gli artisti, forse meglio di altri, comprendono che resistere è creare. Perciò ci rivolgiamo anche a loro, perché la creazione superi la tristezza, la separazione, perché possa liberarsi dalla logica del denaro e ritrovi il suo posto nel seno dell’esistenza.

8. Resistere alla separazione

Resistere significa, anche, superare la separazione tra teorie e pratica, tra l’ingegnere e l’operaio, tra la mente e il corpo. Una teoria che si stacca dalle pratiche diventa un’idea sterile. È così che nelle nostre università esiste una miriade di queste idee sterili, ma nello stesso tempo, le pratiche che si staccano dalla teoria si condannano a scomparire a poco a poco con una specie di autoassorbimento. Resistere, quindi, significa creare i collegamenti tra le ipotesi teoriche e le ipotesi pratiche, che chiunque sappia qualche cosa sappia anche trasmetterla a chi desidera liberarsi. Creiamo allora le relazioni, i legami che rafforzano le teorie e le pratiche dell’emancipazione, voltando le spalle al canto delle sirene che ci propongono di “occuparci della nostra vita”, alle quali noi rispondiamo che la nostra vita non vuole ridursi alla sopravvivenza e si estende oltre i limiti della nostra pelle.

9. Resistere alla normalizzazione

Resistere significa, nello stesso tempo, decostruire il discorso falsamente democratico che pretende di occuparsi dei settori e delle persone escluse. Nelle nostre società non ci sono “esclusi”, siamo tutti inclusi, in modo diverso, più o meno degradante e orribile, ma comunque ci siamo dentro. L’esclusione non è un accidente, un “eccesso”. Quello che qualcuno chiama esclusione e insicurezza, noi lo dobbiamo vedere come la sostanza stessa di questa società innamorata della morte. Per questo, battersi contro le etichette implica anche il nostro desiderio di metterci in contatto con le lotte di coloro che sono chiamati “anormali” o “handicappati”.

Noi affermiamo che non esistono uomini e donne “anormali” o “handicappati “, ma persone e modi d’essere diversi. Le etichette funzionano come minuscole prigioni in cui ognuno di noi è definito in base alle sue incapacità. Ora, quello che a noi interessa è la capacità, la forza, la libertà. Un handicappato è tale sono in una società che accetta la divisione tra forti e deboli. Rifiutarle questa che non è che barbarie, significa respingere le cernite, le selezioni intrinseche al capitalismo. L’alternativa, pertanto, implica un mondo in cui ognuno prende la propria fragilità come un fenomeno normale dell’esistenza e in cui ognuno sviluppa ciò che può con gli altri e per sé. Che si tratti della lotta per la cultura Sorda, che è riuscita a far saltare in aria la tassonomia medica, come quella contro la psichiatrizzazione della società, come di tante altre che, lungi dall’essere piccole battaglie per un po’ più di spazio, sono autentiche creazioni che arricchiscono l’esistenza.. Per questo noi invitiamo a resistere con noi anche i gruppi che lottano contro la normalizzazione disciplinare medico-sociale, in tutti i suoi aspetti.

Lo stesso avviene anche per le forme di irregimentazione tipiche dei sistemi educativi. La normalizzazione opera qui come minaccia costante di fallimento o di disoccupazione. Esistono, di converso, esperienze parallele, alternative e diverse rispetto alla scolarizzazione, in cui i problemi legati all’istruzione si sviluppano seguendo un’altra logica. Handicappati, disoccupati, pensionati, culture emarginate, omosessuali, sono tutte categorie sociologiche che operano separando e isolando sulla base dell’impotenza, di ciò che non si può fare, rendendo unilaterale e immiserendo il molteplice, ciò che può essere visto come sorgente di forza.

10. Resistenza e collettivo dei collettivi

Molti dei nostri gruppi o collettivi dispongono di pubblicazioni o di riviste. La rete si propone di raccogliere e di mettere a disposizione degli altri gruppi questi saperi libertari che possono servire a rafforzare la lotta degli uni e degli altri. Centinaia di lotte spariscono per l’isolamento o per mancanza di d’appoggio, centinaia sono costrette a partire da zero e ogni lotta che perde non è soltanto “un’esperienza”, ogni sconfitta rafforza il nemico. Di qui la necessità di aiutarci a vicenda, di creare una “retroguardia solidale” perché chiunque, in qualsiasi parte del mondo lotti a suo modo, nella sua situazione, per la vita e contro l’oppressione, possa contare su di noi come noi speriamo di poter contare su di lui.

Il capitalismo non cadrà dall’alto. Per questo, nella costruzione delle alternative, non esistono progetti grandi e progetti piccoli.

 

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